Tosse, rinite e denti: quale relazione? Uno strano caso clinico per lo pneumologo

tosse rinite e denti

Tra le molte cause di tosse persistente non è un mistero che i problemi sinusali, specie quelli relativi ad un’infiammazione cronica dei seni paranasali, rappresentino spesso patologie di pertinenza otorinolaringoiatrica sicuramente da non trascurare nel corso dell’iter diagnostico che porta ad individuarne le ragioni. Sinusite acuta e cronica, infatti, possono rendersi responsabili di una tosse insistente, sia nella forma secca e irritativa (vedi “Tosse secca o tosse senza catarro: il parere dello pneumologo”), sia in quella più catarrale e “produttiva ” (vedi “Tosse con catarro: il parere dello pneumologo”).

In caso di sinusite mascellare cronica, ad esempio, è indispensabile escludere la presenza di problemi odontoiatrici, tra i quali quelli che portano a situazioni nelle quali la spina irritativa responsabile del mantenimento dell’infiammazione del seno mascellare può essere rappresentata dalla presenza di una radice dentaria ( sinusite mascellare odontogena), spesso con problemi dell’apice dentario (granuloma apicale), che si affaccia alla superficie interna della cavità sinusale o che, peggio ancora, ne invade lo spazio. Tali situazioni, documentabili attraverso un’ortopantomografia delle arcate dentarie (panoramica dentaria) o una TAC del massiccio faciale, necessitano di un intervento chirurgico-odontoiatrico che elimini la fonte dell’infiammazione e che consenta di ottenere una perfetta chiusura della comunicazione tra arcata alveolare e seno mascellare.

Leggi tutto: Tosse, rinite e denti: quale relazione? Uno strano caso clinico per lo pneumologo

Uno strano dolore alla trachea e “alla gola” con dolore a deglutire: il parere dello pneumologo

dolore trachea gola deglutizione

Un banale “mal di gola”?  “ Dottore, ho una tracheite …”. Così mi disse un giorno, al telefono, una mia paziente che chiedeva di essere visitata per un dolore riferito “alla gola” e accentuato dalla deglutizione della saliva, comparso qualche giorno prima. Le caratteristiche del dolore, verosimilmente faringeo (faingodinia), descritte da questa signora, apparivano, ad un’analisi superficiale, compatibili con un sintomo dichiarativo di una possibile banale infiammazione del faringe, ciò che lei stessa si azzardava a diagnosticare come “tracheite”, facendo un po’ di confusione tra faringe e trachea, e che restava solo da definire in termini causali (il motivo di quella faringite). Stabilito questo, si sarebbe potuto procedere celermente, consigliando una terapia che avrebbe potuto prendere in considerazione farmaci antinfiammatori, antibiotici o altro. Ciò che non mi convinse completamente, tuttavia, fu l’affermazione che lei stessa mi fece, e che riporto: “ … si, mi fa male la gola … anche quando mando giù la saliva … ma rispetto alle altre volte mi fa meno male “dentro” , ma più “fuori”! … e poi non ho tosse … ". Cercai di comprendere meglio la descrizione di questo suo “mal di gola”, “strano”, ma soprattutto un po’ confuso nella descrizione e “diverso dal solito ”, che certamente tendevo a escludere in termini “tracheitici”, non essendo presente la tosse. L’ipotesi di una faringite mi pareva quella più probabile, vista la presenza di un sintomo, il dolore a deglutire, che frequentemente ad essa si accompagna.

Quella che si sarebbe potuta considerare, quindi, era un’ipotesi di faringite, con una causa ancora tutta da definire. Tale possibilità diagnostica, tuttavia, mi sembrava per lo meno inconsueta per quello “strano” modo di descriverne il principale sintomo, e precisamente quel dolore percepito “più fuori che dentro”. Per questo, abituato per prudenza a valutare di persona la descrizione dei sintomi fatta dai miei pazienti, decisi di visitare la signora per accertarmi della “reale” apparente “banalità” della situazione. Da sempre consiglio agli studenti di Medicina e agli Specializzandi delle Scuole di Specializzazione ai quali insegno durante i tirocini, che quando ci si appresta a valutare clinicamente un paziente, già conviene avere in mente un’ipotesi diagnostica (la patologia che più facilmente potrebbe giustificare la situazione), formulando la stessa sulla base di quel racconto dei sintomi fatto dal paziente (anamnesi) che, unitamente a cultura scientifica ed esperienza clinica del medico, consenta poi di confermare o escludere con la visita (esame obiettivo) e con gli eventuali esami richiesti, l’idea preliminare che già ci si era fatti del problema. Procedendo in tale modo, è possibile confermare tutto ciò che concordi con l’idea iniziale, escludendo, invece, con intelligenza, tutto ciò che non si accordi con tale ipotesi. Questo modo “scientificamente corretto” di procedere, evita la confusione e dà generalmente maggiori garanzie, sia in termini di precisione diagnostica, sia in termini di minore spesa economica necessaria per giungere alla diagnosi.

Leggi tutto: Uno strano dolore alla trachea e “alla gola” con dolore a deglutire: il parere dello pneumologo

Enfisema polmonare da deficit di α1-antitripsina: lo pneumologo e la terapia

enfisema polmonare deficit alfa 1 antitripsina

L’enfisema polmonare consiste in una malattia respiratoria cronica, caratterizzata da una vera e propria perdita di tessuto polmonare che viene “consumato” nel tempo, fino a portare a quadri di deficit respiratorio talmente importanti da configurare, in certi casi, un’insufficienza respiratoria. Giunti a questa fase, purtroppo, le terapie consentono al massimo di ridurre il disagio respiratorio del paziente, minimizzandone i sintomi, primo tra tutti la dispnea (difficoltà respiratoria). Molti quadri di broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) possono presentare, accanto ai classici sintomi conseguenti alla iper-produzione di secreti catarrali (quota bronchitico-cronica della BPCO) e all’ostruzione dei bronchi, anche una quota di dispnea direttamente dipendente dalla dimensione enfisematosa che spesso si ritrova in questa malattia respiratoria.

Tenuto conto che anche un individuo sano, purtroppo, vede ridursi nel tempo la propria capacità funzionale respiratoria, con una perdita progressiva della funzione polmonare stimabile alla spirometria, che segue curve di discesa ben definite (vedi “BPCO, smog e traffico automobilistico urbano: il punto dello pneumologo”), ma con una riduzione della funzionalità respiratoria che difficilmente giunge a quadri tali da compromettere seriamente la vita di relazione e le abitudini della persona, nel caso in cui, invece, il paziente sia esposto nel corso della vita al fumo di sigaretta e allo smog urbano, la progressione di tale deterioramento respiratorio si accentua, fino a danneggiare seriamente la capacità respiratoria del soggetto.

I principali responsabili dell’“invecchiamento” polmonare e della conseguente perdita della sua funzione respiratoria, sono le sostanze ossidanti che respiriamo, presenti nel fumo di sigaretta e nell’ambiente, prime tra tutte l’ozono, e le proteasi, cioè quelle particolari proteine (elastasi) prodotte anche da certi globuli bianchi (neutrofili), che digeriscono letteralmente il tessuto elastico interstiziale del polmone. L’eccesso di ossidanti e di elastasi neutrofila, quindi, danneggia il polmone e, in modo particolare, le pareti dei suoi alveoli, in misura tanto maggiore quanto più elevata è la quantità di queste sostanze presenti nei polmoni. D’altro canto, esistono molecole naturali protettive ad attività antiossidante (vitamina E, glutatione, ecc,) e anti-proteasica (anti-elastasica), che operano in senso contrario, inattivando l’attività nociva svolta sui tessuti polmonari dalle prime. Nei soggetti sani, un ben definito equilibrio tra ossidanti/antiossidanti e proteasi/anti-proteasi, fa si che la bilancia tra gli uni e gli altri penda dalla parte delle sostanze ad azione protettiva. Quando invece, per un qualunque motivo, si viene ad alterare tale rapporto (aumento delle prime e riduzione delle seconde) e le sostanze che svolgono una funzione “aggressiva” sul polmone diventano preponderanti su quelle in grado di proteggerlo, si viene a configurare una situazione caratterizzata dal consumo del tessuto polmonare, che procede poi fino all’enfisema polmonare (vedi “I segni radiologici di enfisema polmonare: il parere dello pneumologo” e l’immagine della TAC del torace qui sotto), con formazione di cavità aeree (bolle di enfisema) formate dalla fusione di più alveoli distrutti,  non più in grado di partecipare attivamente allo scambio dei gas respiratori (O2 e CO 2 – vedi “Respiro, polmoni, globuli rossi ed emoglobina: lo pneumologo e la storia della respirazione”).

Leggi tutto: Enfisema polmonare da deficit di α1-antitripsina: lo pneumologo e la terapia

Infezioni e infiammazioni bronchiali e polmonari: VES, PCR e procalcitonina

ves pcr procalcitonina nelle patologie pneumologiche

Tra i molti esami sui quali lo pneumologo può contare per diagnosticare una patologia respiratoria (vedi “Esami per malattie respiratorie e tumori polmonari e pleurici” – “Gli esami su sangue e urine richiesti dallo pneumologo in caso di infezione polmonare”), ne esistono alcuni particolarmente indicati quando si tratti di meglio definire la natura infiammatoria e/o infettiva di una malattia bronco-polmonare, specie nelle situazioni in cui sia presente una sfumata sintomatologia respiratoria associata ad una febbre di origine incerta (FUO). Alcuni di questi consentono di orientare la diagnosi sulla base dell’identificazione, nel sangue del paziente, di una o più sostanze ad azione biologica associate all’una o all’altra delle suddette condizioni.

Vediamo, allora, quali sono questi veri e propri marcatori biochimici e cellulari di flogosi-infezione, rilevabili e dosabili con un semplice prelievo di sangue. Essi, peraltro, sono altresì impiegabili nella diagnosi di ogni altra situazione infettiva e infiammatoria che riguardi una qualsiasi malattia dell’organismo, anche non strettamente respiratoria. Visto il carattere prevalentemente “ respiratorio” degli argomenti trattati nel presente sito, tuttavia, nell’affrontare i vari indicatori diagnostici di ogni più generico quadro infettivo-infiammatorio della patologia umana, mi limiterò alle sole implicazioni cliniche relative alla patologia bronco-polmonare.

Leggi tutto: Infezioni e infiammazioni bronchiali e polmonari: VES, PCR e procalcitonina

La cianosi: il colore blu delle labbra, delle unghie e della cute, spiegato dallo pneumologo

cianosi colore blu labbra

Che cos’è quello strano colore blu-violetto, bluastro o “ livido” delle labbra, delle unghie, della cute, del padiglione auricolare, degli zigomi, del naso e delle mucose, definito “cianosi”? “ … Dopo un po’ di tempo che mio figlio rimane nell’acqua fredda, le labbra e le unghie diventano viola … ”. Vediamo in che cosa consiste questo fenomeno e come orientarsi quando esso dovesse comparire.

La presenza di una colorazione come quella descritta, definita “ cianosi”, è espressione di un’ossigenazione del sangue non normale (vedi “Ossimetria (saturimetria)” – “Emogasanalisi arteriosa”). In presenza, infatti, di una fisiologica ossigenazione dell’emoglobina (vedi “Respiro, polmoni, globuli rossi ed emoglobina: lo pneumologo e la storia della respirazione”), cute e mucose, nella razza caucasica (bianca), si presentano di normale colore bianco o roseo. Tale condizione può variare a seconda dell’età, delle caratteristiche personali della cute (pigmentazione e maggiore o minore irrorazione sanguigna), del suo spessore e della quantità di emoglobina (Hb) presente in circolo, ma, in ogni caso, in condizione di normalità esse sono prive di tonalità di colore blu-violaceo.

La cianosi si presenta ogni qual volta sia presente in circolo una quantità di emoglobina non correttamente ossigenata, che può riconoscere cause diverse. Tale condizione anomala dello stato di ossigenazione dell’emoglobina, infatti, può riguardare semplicemente un deficit di ossigenazione di una normale struttura emoglobinica (deossiemoglobina o emoglobina ridotta). O può conseguire, in altri casi, alla presenza di emoglobine “strutturalmente” anomale e patologiche ( paraemoglobine), caratterizzate da un’incapacità di legare l’ossigeno come diretta e peculiare conseguenza dell’anormalità della struttura biochimica della loro molecola. Questo capita nel caso della metaemoglobina, emoglobina anomala caratterizzata dalla presenza, nella sua molecola, di ferro ferroso (Fe +++) anziché ferrico (Fe++) e per questo incapace di fissare l’ossigeno, e della solfoemoglobina, prodotta in qualche caso dai sulfamidici o dal contatto con altre molecole solforate (contenenti zolfo), caratterizzata da un’irreversibile incorporazione di un atomo di zolfo legato al ferro nella sua molecola che, anche in questo caso, le fa perdere la capacità di legare reversibilmente l’ossigeno. Diversa è la quantità assoluta minima di emoglobina non correttamente ossigenata in grado di produrre cianosi, che varia in funzione dei vari tipi di emoglobina presente (normale o patologica), riassunti nella tabella seguente:

 EMOGLOBINICA ANOMALA

MINIMA QUANTITA’ NECESSARIA
PER PRODURRE CIANOSI

        Deossiemoglobina (normale Hb ridotta)

           >    5 gr / 100 ml di sangue

        Metaemoglobina    (Hb Fe+++)

           > 1,5 gr / 100 ml di sangue

        Solfoemoglobina    (Hb S)

           > 0,5 gr / 100 ml di sangue

Poiché la comparsa di cianosi dipende dal raggiungimento in circolo di quote assolute minime di emoglobina non correttamente ossigenata e non da semplici percentuali di essa, maggiore è la concentrazione di emoglobina nel sangue, come nelle condizioni di poliglogulia, più elevata è la possibilità che essa si realizzi, in quanto in esso maggiore sarà la quantità di emoglobina ridotta (Hb ridotta), non correttamente ossigenata.  Proprio per questo è molto raro che la cianosi compaia in soggetti anemici che, come tali, presentano per definizione una bassa concentrazione emoglobinica nel sangue.

Diverse sono le situazioni cliniche che possono produrre cianosi, andando dai problemi respiratori bronco-polmonari e cardiaci che comportino insufficienza respiratoria (vedi “L’ossigenoterapia domiciliare spiegata dallo pneumologo”), fino ai più periferici gap circolatori. Si parla, quindi, di cianosi centrale, nel caso in cui la comparsa dell’anomala colorazione della cute e delle mucose sia la conseguenza di una patologia polmonare o cardiaca che non consenta al sangue di ossigenarsi correttamente (Hb-deossigenata). Si parla, invece, di cianosi periferica, quando essa rappresenta la conseguenza di problemi circolatori che, rallentando il circolo periferico, determinano una maggior estrazione di ossigeno dal sangue da parte dei tessuti metabolicamente attivi, facendo in tal modo aumentare la quantità di Hb-ridotta. Non tutti questi ultimi sono espressione di patologia, in quanto, in alcuni casi, essi non rappresentano altro se non la conseguenza del fisiologico rallentamento del circolo secondario alla vasocostrizione delle estremità degli arti e delle labbra esposti al freddo (vedi “Saturazione dell’ossigeno e dita fredde: lo pneumologo e il buon uso dell’ossimetro ”).

Vediamo, allora, quali sono le cause della cianosi centrale e di quella periferica.  

Leggi tutto: La cianosi: il colore blu delle labbra, delle unghie e della cute, spiegato dallo pneumologo

NOTA! Questo sito utilizza i cookie e tecnologie simili. Pneumologo-ballor.it utilizza i cookies per consentirti la migliore navigazione. Il sito è impostato per consentire l`utilizzo di tutti i cookies. Se si continua a navigare, si accetta e si approva la nostra policy sull`impiego di cookies. Per saperne di più sulla nostra policy dei cookies.