Asma, BPCO, malattie respiratorie e aria condizionata: il parere dello pneumologo

asma bpco e aria condizionata

La stagione estiva espone il paziente affetto da asma bronchiale e da malattie respiratorie croniche ad un particolare rischio rappresentato dal contatto con l’aria condizionata (vedi “La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)” – “Bronchiectasie e bronchite cronica bronchiectasica” – “ Bronchite acuta e cronica” – “Enfisema polmonare” – “Sindrome sinuso-bronchiale”). Se infatti nei periodi caratterizzati da caldo insopportabile il piacere di rinfrescarsi con aria fresca, per quanto artificiale, crei nelle persone una condizione di benessere tanto ricercata quanto spesso indispensabile, lo stesso rappresenta un problema per tutti coloro che, portatori di una malattia cronica respiratoria, rischiano di veder peggiorare il loro stato generale ed, ancor più, la loro buona condizione respiratoria, magari faticosamente raggiunta e stabilizzata in virtù di terapie impegnative e di lunga durata.

Lo scompenso clinico delle malattie respiratorie, infatti, trova nell’aria condizionata (condizionatori e climatizzatori) un valido alleato in grado di modificare quei precari equilibri che, nei pazienti cronici, sono sempre a rischio di un peggioramento. Non solamente le infezioni respiratorie rappresentano, infatti, un rischio per i pazienti con problemi respiratori cronici, scompensando la malattia respiratoria attraverso un aumento dell’infiammazione dei bronchi sostenuta dalla causa infettiva, ma altresì tutta una nutrita serie di altre situazioni non infettive possono rappresentare uno stimolo infiammatorio in grado di scompensare il paziente. Tra questi il fumo di sigaretta, l’inquinamento urbano (vedi “ Fumo di sigaretta e inquinamento urbano: individuazione precoce dei danni funzionali”), l’inalazione di sostanze inquinanti e irritanti presenti nell’aria e negli ambienti di lavoro (vedi “Asma professionale: i 10 consigli dello pneumologo” e “ Asma e lavoro: i consigli dello pneumologo”) e l’aria condizionata.

Specialmente nei pazienti che presentino un’iperreattività bronchiale aspecifica, condizione particolare dei bronchi caratterizzata dalla tendenza degli stessi ad andare in spasmo se esposti a fattori irritanti con conseguente difficoltoso passaggio dell’aria (broncospasmo), l’inalazione di aria condizionata rappresenta una variazione degli equilibri interni dei bronchi che, passando dall’inalazione di aria caldo-umida a quella di aria secca e fredda, rispondono con un broncospasmo alle mutate condizioni, con tutte le conseguenze negative sulla situazione respiratoria del paziente. In tale circostanza è documentabile, attraverso la spirometria, quell’ostruzione dei bronchi responsabile della difficoltà respiratoria del paziente (dispnea) – (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è? ”).

Specie se l’esposizione all’aria climatizzata avviene in tempi rapidi e senza che ci sia un graduale adattamento alla stessa, che in ogni caso dovrebbe prevedere solo leggere correzioni al ribasso sia della temperatura (2-3 gradi in meno rispetto a quella esterna e comunque mai superiore ai 5 gradi di differenza, con una temperatura mai inferiore ai 24 gradi) che del grado di umidità (da mantenere tra il 40 e il 60%), le conseguenze negative sull’apparato respiratorio sono quasi una certezza ed il paziente rischia di trovarsi, nel volgere di poche ore o al massimo di qualche giorno, in una condizione clinica caratterizzata da una riacutizzazione dei sintomi respiratori propri della sua malattia respiratoria cronica (accentuazione del broncospasmo nell’asmatico, difficoltà respiratoria con aumento delle secrezioni catarrali bronchiali se il paziente è affetto da bronchite cronica e BPCO, ecc.).

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Dalla rinite allergica all’asma bronchiale: lo pneumologo e la prevenzione asmatica

prevenzione asma da rinite allergica

Esiste, in medicina, una condizione generale definita “atopia”, con la quale si definisce una particolare attitudine genetica a presentare nella vita malattie allergiche. Partendo da questa indispensabile premessa scritta nel nostro materiale genetico, senza la quale non si può essere allergici, esiste la possibilità concreta che un soggetto “atopico” possa poi manifestare nel corso della vita una qualunque malattia allergica, anche se non sempre ciò si avvera. E a ben guardare esiste un vero e proprio percorso stabilito, definito “ marcia allergica”, che iniziando dai ben noti quadri pediatrici caratteristici della dermatite atopica, anche detta eczema atopico (è causa di crosta lattea nel bambino insieme alla dermatite seborroica), cede il passo nei piccoli pazienti alle allergie alimentari, per approdare alla fine alle forme allergiche respiratorie (vedi “Malattie allergiche delle vie aeree”), tra le quali la rinite allergica rappresenta quella a comparsa generalmente più precoce.

Nel corso di questo percorso evolutivo delle forme allergiche nello stesso paziente, si assiste spesso ad una progressiva riduzione delle IgE-anti allergeni alimentari presenti nel sangue dei pazienti, anticorpi propri delle immunoreazioni allergiche immediate, detti anche “reagine”, in grado di interagire specificamente nei confronti degli alimenti, con un contemporaneo aumento delle IgE-anti allergeni respiratori, tra i quali pollini (vedi “Pollinosi”), acari (vedi “Asma allergico da acari: i consigli dello pneumologo”) e allergeni animali (vedi “Bimbo, animali domestici, asma e allergie respiratorie: i consigli dello pneumologo”), più frequentemente cane e gatto (vedi “Asma allergico da pelo del cane: il parere dello pneumologo” – “ Asma allergico da pelo del gatto: il parere dello pneumologo”).

Si tenga conto che ogni qual volta compaia “allergia”, essa implica “infiammazione” dei tessuti e degli organi interessati (infiammazione allergica), cioè presenza di molecole e di cellule immunitarie e non, coinvolte nei fenomeni infiammatori. Infiammare i tessuti, tanto più se cronicamente, equivale a produrre nel tessuto o nell’organo interessato tutta una serie di modificazioni che, specie nel tempo, possono dar luogo ad alterazioni non solamente funzionali ma anche anatomiche (natura strutturale).

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La malattia delle piccole vie aeree: lo pneumologo e la prevenzione

malattia piccole vie aeree

Possiamo immaginare i bronchi come un complesso sistema di tubi necessari a trasportare l’aria che respiriamo dalle vie aeree superiori (bocca e naso) fino al polmone profondo, che consiste in quell’organo dell’apparato respiratorio che ha la funzione di trasferire i gas respiratori (ossigeno e anidride carbonica) al sangue. E possiamo immaginare questo intricato sistema di tubi come fosse un albero rovesciato, con un tronco più grosso posto in alto che corrisponde alla trachea e un’infinita serie di rami che, biforcandosi e diventando sempre più piccoli, giungono fino alle cellette microscopiche che chiamiamo alveoli polmonari, corrispondenti alle vere e proprie unità respiratorie dei polmoni. In anatomia si è soliti suddividere i bronchi in funzione delle dimensioni del loro calibro (diametro interno), individuando ben 18 diverse biforcazioni, ognuna delle quali da origine, dividendosi, a due bronchi di più piccole dimensioni, fino a giungere ai bronchioli che rappresentano i bronchi più piccoli e periferici. Quando si parla di malattia delle piccole vie aeree (MPV) si fa riferimento alle suddivisioni bronchiali che vanno dall’8a alla 14a, comprendenti i piccoli bronchi privi di struttura cartilaginea (bronchioli terminali) e i bronchioli respiratori.

Molti quadri patologici infiammatori delle vie aeree interessano questo settore più periferico dell’albero bronchiale, rendendosi responsabili di quadri funzionali respiratori caratterizzati, alla spirometria, da ostruzione dei bronchioli come conseguenza di diversi eventi anatomopatologici coinvolgenti gli stessi, tra i quali:

  • Infiammazione diffusa dei bronchioli, con edema e infiltrazione della parete bronchiolare da parte di cellule infiammatorie.
  • Fibrosi sotto-epiteliale, responsabile di alterazione e distorsione da retrazione cicatriziale del decorso rettilineo dei bronchi che, perdendo l’originale integrità meccanico-anatomica, rendono più difficoltoso il drenaggio delle secrezioni e degli essudati infiammatori favorendo la stasi degli stessi e l’organizzazione successiva in tappi di sostanze occludenti stabilmente i bronchioli (stop al normale flusso dell’aria) (vedi “COP, BOOP, bronchiolite obliterante e polmonite organizzata”).
  • Distruzione degli alveoli polmonari con ulteriore aggravamento del collasso dei bronchioli privati della normale e fisiologica trazione radiale che ne consente la pervietà ottimale.

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Asma, piscina e cloro: il parere dello pneumologo

asma piscina e cloro

Successivamente ad un bagno in piscina vengono talora descritte possibili crisi respiratorie asmatiche in pazienti affetti da asma bronchiale specie se allergico, o disturbi respiratori nasali con crisi di starnutazione, prurito nasale e rinorrea (secrezione nasale abbondante) in soggetti allergici. Ciò è stato documentato nel corso di studi scientifici e avverrebbe, in modo particolare, in pazienti affetti da malattia asmatica di una certa importanza o con una più elevata iperreattività bronchiale aspecifica. Ma ciò non basta. Non solamente sarebbero più facilmente possibili crisi asmatiche in chi possiede un’iperreattività bronchiale più spiccata, già presente nel periodo precede al bagno in piscina, ma si è altresì documentato, con la spirometria e con il test alla metacolina, come la stessa aumenti significativamente nei pazienti asmatici allergici successivamente al nuoto in vasca, predisponendoli in questo modo ad una maggior facilità di nuove crisi.

Le manifestazioni respiratorie secondarie all’irritazione delle vie aeree si manifestano non tanto nel corso della permanenza in acqua, quanto più facilmente nella mezz’ora successiva all’uscita dalla vasca. La responsabilità di queste crisi asmatiche viene attualmente attribuita alla presenza del cloro e dell’aerosol e dei vapori d’acqua contenenti questo elemento chimico, nebulizzati e dispersi nell’aria degli ambienti che circondano la piscina e che tendono a permanere, a maggior concentrazione, sul pelo dell’acqua, specie in ambienti non sufficientemente areati.

Tali dati appaiono di particolare importanza se si tiene conto di quanti bimbi, alcuni dei quali affetti da asma bronchiale, vengano annualmente avviati agli sport acquatici, (vedi “Bambino asmatico e sport: i 10 consigli dello specialista”).

Come talora può avvenire in ambito scientifico, certe affermazioni “conclusive” di molti studi scientifici (qualche volta impropriamente dichiarati tali) appaiono in contrasto tra loro in funzione del laboratorio o del gruppo di ricerca responsabile dello studio o di come la si vuol vedere, creando in tal modo nella gente grande confusione e disorientamento sul da farsi e sul giusto peso da dare a taluni risultati, specie quando discordanti. Così capita a proposito dell’annosa questione relativa al fatto se il cloro presente nell’acqua delle piscine faccia male o no agli asmatici. Basta navigare su Internet per avere l’impressione di come conclusioni di un certo tipo si accompagnino ad altre di parere diametralmente opposto.

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Bronchiectasie e chirurgia: il parere dello pneumologo

 bronchiectasie e chirurgia

Ho già trattato in questo sito, in un testo precedentemente pubblicato, il problema delle bronchiectasie (vedi “ Bronchiectasie e bronchite cronica bronchiectasica”) e delle patologie respiratorie nelle quali è possibile riscontrare tali particolari malformazioni della struttura bronchiale. Le bronchiectasie possono presentarsi già alla nascita come vere e proprie malformazioni bronchiali (bronchiectasie congenite) o possono comparire nel corso della vita (bronchiectasie acquisite) come conseguenza di molteplici fattori patologici coinvolgenti il sistema bronchiale. Tra le patologie in grado di generare nel tempo bronchiectasie, ricordo i problemi di ordine infettivo a carico del tessuto polmonare (vedi “Polmonite e broncopolmonite”), prima fra tutte la tubercolosi, e l’insieme delle interstiziopatie fibrosanti del polmone (vedi “Fibrosi polmonare idiopatica e non”). Una volta realizzatesi le alterazioni morfo-strutturali e funzionali dei bronchi indicate con il termine “bronchiectasie”, esse possono rappresentare un terreno ideale per il successivo sviluppo di polmoniti e di ascessi polmonari, di patologie fungine del polmone secondarie alla sovrapposizione infettiva da parte di miceti (vedi “Aspergillosi polmonare” – “Aspergillosi broncopolmonare allergica” – “Micosi polmonari”), comportando talora un rischio di emottisi che può assumere le caratteristiche della grave emorragia bronchiale (vedi “Tosse e sangue dalla bocca: è sempre tumore?”).

Tenuto conto che la terapia di prima linea delle bronchiectasie è la terapia medica, con integrazione di aspetti infettivologici (esami colturali sulle secrezioni infette e terapia antibiotica mirata) e di supporto fisio-kinesiterapico (drenaggio posturale delle secrezioni, terapie endobronchiali, espirazione a labbra socchiuse – vedi “ Esercizi respiratori per pazienti con BPCO: la ginnastica respiratoria consigliata dallo pneumologo”, ecc.), resta da definire in quali casi la patologia bronchiectasica possa giovarsi di un approccio chirurgico ed in quali casi tale opportunità possa essere considerata addirittura risolutiva. Se è vero, infatti, che alla terapia “non-chirurgica” spetta un ruolo preminente nell’affrontare il problema bronchiectasico, è vero anche che in alcuni casi essa non è in grado di risolvere o di evitare conseguenze spesso gravi che il paziente bronchiectasico può presentare nel corso della vita e tra queste le massive emorragie broncopolmonari, l’ascesso polmonare e l’empiema pleurico secondario allo svuotamento nel cavo pleurico di materiale infetto proveniente dalle bronchiectasie.

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