Asma allergico da ambrosia: il parere dello pneumologo

asma allergia da ambrosia

Se c’è una pianta il cui polline è responsabile nel nostro Paese di una grande quantità di casi di asma bronchiale  e di rinite allergica, questa è l’Ambrosia ( Ambrosia artemisiifolia), nota nella letteratura allergologica anglosassone con il termine di “ragweed”. Si tratta di una pianta spermatofita appartenente alla famiglia delle Compositae (Asteraceae) estremamente resistente, presente in natura in circa trenta diverse specie in grado di sopportare condizioni ambientali talora estreme. Il suo polline è fortemente allergenico, tanto da essersi quasi sostituito, alle nostre latitudini, alle graminaceae sia per la gravità dei sintomi che per la frequenza delle manifestazioni allergiche nella popolazione (vedi “Pollinosi” – “Malattie allergiche delle vie aeree”).

Il periodo dell’anno nel corso del quale l’Ambrosia rilascia i pollini responsabili delle manifestazioni asmatiche e oculo-rinitiche è quello estivo (impollinazione anemofila, cioè che avviene ad opera del vento), in modo particolare il mese di agosto. In tale periodo sono assai comuni, nei soggetti sensibilizzati ai pollini di questa pianta, manifestazioni asmatiche anche di notevole gravità. Esse possono essere a esordio improvviso, facilitate dalla dispersione del polline in modo particolare nelle giornate ventose. I pazienti sensibilizzati al polline dell’ Ambrosia spesso possono presentare manifestazioni allergiche del periodo estivo-autunnale anche ai pollini di un’altra pianta che crocia da un punto di vista allergologico con l’Ambrosia, e precisamente l’Artemisia (Artemisia absinthium), pianta appartenente alla famiglia delle Compositae diffusa nel nostro Paese con la quale può essere confusa. Spesso la sensibilizzazione allergica alle due piante coesiste nello stesso paziente, determinando la comparsa di sintomi asmatici più duraturi e di maggior gravità.

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Asma e clima: il parere dello pneumologo

asma e clima

Che dire dell’aria secca, dell’aria fredda, o dell’aria troppo calda o troppo umida, o ancora dell’aria inquinata nel caso di un paziente asmatico?

L’asma bronchiale consiste in una malattia dell’apparato respiratorio, il più delle volte allergica, spesso fortemente influenzata dalle condizioni climatiche. Si presenta clinicamente con la contemporanea presenza di sintomi caratteristici, quali dispnea (difficoltà respiratoria), respiro sibilante (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è?”), tosse (vedi “ Tosse e allergia: il parere dello pneumologo”) e sensazione di costrizione al petto.

L’asma si accompagna molto spesso a una condizione di particolare sensibilità dei bronchi, diversa da un soggetto all’altro, caratterizzata dalla capacità degli stessi di rispondere con un broncospasmo a stimoli irritativi molto diversi tra loro, nota come iperreattività bronchiale aspecifica.

Vediamo, allora, in quale modo il clima può influire sulla malattia asmatica.

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Asma, BPCO, malattie respiratorie e aria condizionata: il parere dello pneumologo

asma bpco e aria condizionata

La stagione estiva espone il paziente affetto da asma bronchiale e da malattie respiratorie croniche ad un particolare rischio rappresentato dal contatto con l’aria condizionata (vedi “La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)” – “Bronchiectasie e bronchite cronica bronchiectasica” – “ Bronchite acuta e cronica” – “Enfisema polmonare” – “Sindrome sinuso-bronchiale”). Se infatti nei periodi caratterizzati da caldo insopportabile il piacere di rinfrescarsi con aria fresca, per quanto artificiale, crei nelle persone una condizione di benessere tanto ricercata quanto spesso indispensabile, lo stesso rappresenta un problema per tutti coloro che, portatori di una malattia cronica respiratoria, rischiano di veder peggiorare il loro stato generale ed, ancor più, la loro buona condizione respiratoria, magari faticosamente raggiunta e stabilizzata in virtù di terapie impegnative e di lunga durata.

Lo scompenso clinico delle malattie respiratorie, infatti, trova nell’aria condizionata (condizionatori e climatizzatori) un valido alleato in grado di modificare quei precari equilibri che, nei pazienti cronici, sono sempre a rischio di un peggioramento. Non solamente le infezioni respiratorie rappresentano, infatti, un rischio per i pazienti con problemi respiratori cronici, scompensando la malattia respiratoria attraverso un aumento dell’infiammazione dei bronchi sostenuta dalla causa infettiva, ma altresì tutta una nutrita serie di altre situazioni non infettive possono rappresentare uno stimolo infiammatorio in grado di scompensare il paziente. Tra questi il fumo di sigaretta, l’inquinamento urbano (vedi “ Fumo di sigaretta e inquinamento urbano: individuazione precoce dei danni funzionali”), l’inalazione di sostanze inquinanti e irritanti presenti nell’aria e negli ambienti di lavoro (vedi “Asma professionale: i 10 consigli dello pneumologo” e “ Asma e lavoro: i consigli dello pneumologo”) e l’aria condizionata.

Specialmente nei pazienti che presentino un’iperreattività bronchiale aspecifica, condizione particolare dei bronchi caratterizzata dalla tendenza degli stessi ad andare in spasmo se esposti a fattori irritanti con conseguente difficoltoso passaggio dell’aria (broncospasmo), l’inalazione di aria condizionata rappresenta una variazione degli equilibri interni dei bronchi che, passando dall’inalazione di aria caldo-umida a quella di aria secca e fredda, rispondono con un broncospasmo alle mutate condizioni, con tutte le conseguenze negative sulla situazione respiratoria del paziente. In tale circostanza è documentabile, attraverso la spirometria, quell’ostruzione dei bronchi responsabile della difficoltà respiratoria del paziente (dispnea) – (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è? ”).

Specie se l’esposizione all’aria climatizzata avviene in tempi rapidi e senza che ci sia un graduale adattamento alla stessa, che in ogni caso dovrebbe prevedere solo leggere correzioni al ribasso sia della temperatura (2-3 gradi in meno rispetto a quella esterna e comunque mai superiore ai 5 gradi di differenza, con una temperatura mai inferiore ai 24 gradi) che del grado di umidità (da mantenere tra il 40 e il 60%), le conseguenze negative sull’apparato respiratorio sono quasi una certezza ed il paziente rischia di trovarsi, nel volgere di poche ore o al massimo di qualche giorno, in una condizione clinica caratterizzata da una riacutizzazione dei sintomi respiratori propri della sua malattia respiratoria cronica (accentuazione del broncospasmo nell’asmatico, difficoltà respiratoria con aumento delle secrezioni catarrali bronchiali se il paziente è affetto da bronchite cronica e BPCO, ecc.).

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Dalla rinite allergica all’asma bronchiale: lo pneumologo e la prevenzione asmatica

prevenzione asma da rinite allergica

Esiste, in medicina, una condizione generale definita “atopia”, con la quale si definisce una particolare attitudine genetica a presentare nella vita malattie allergiche. Partendo da questa indispensabile premessa scritta nel nostro materiale genetico, senza la quale non si può essere allergici, esiste la possibilità concreta che un soggetto “atopico” possa poi manifestare nel corso della vita una qualunque malattia allergica, anche se non sempre ciò si avvera. E a ben guardare esiste un vero e proprio percorso stabilito, definito “ marcia allergica”, che iniziando dai ben noti quadri pediatrici caratteristici della dermatite atopica, anche detta eczema atopico (è causa di crosta lattea nel bambino insieme alla dermatite seborroica), cede il passo nei piccoli pazienti alle allergie alimentari, per approdare alla fine alle forme allergiche respiratorie (vedi “Malattie allergiche delle vie aeree”), tra le quali la rinite allergica rappresenta quella a comparsa generalmente più precoce.

Nel corso di questo percorso evolutivo delle forme allergiche nello stesso paziente, si assiste spesso ad una progressiva riduzione delle IgE-anti allergeni alimentari presenti nel sangue dei pazienti, anticorpi propri delle immunoreazioni allergiche immediate, detti anche “reagine”, in grado di interagire specificamente nei confronti degli alimenti, con un contemporaneo aumento delle IgE-anti allergeni respiratori, tra i quali pollini (vedi “Pollinosi”), acari (vedi “Asma allergico da acari: i consigli dello pneumologo”) e allergeni animali (vedi “Bimbo, animali domestici, asma e allergie respiratorie: i consigli dello pneumologo”), più frequentemente cane e gatto (vedi “Asma allergico da pelo del cane: il parere dello pneumologo” – “ Asma allergico da pelo del gatto: il parere dello pneumologo”).

Si tenga conto che ogni qual volta compaia “allergia”, essa implica “infiammazione” dei tessuti e degli organi interessati (infiammazione allergica), cioè presenza di molecole e di cellule immunitarie e non, coinvolte nei fenomeni infiammatori. Infiammare i tessuti, tanto più se cronicamente, equivale a produrre nel tessuto o nell’organo interessato tutta una serie di modificazioni che, specie nel tempo, possono dar luogo ad alterazioni non solamente funzionali ma anche anatomiche (natura strutturale).

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La malattia delle piccole vie aeree: lo pneumologo e la prevenzione

malattia piccole vie aeree

Possiamo immaginare i bronchi come un complesso sistema di tubi necessari a trasportare l’aria che respiriamo dalle vie aeree superiori (bocca e naso) fino al polmone profondo, che consiste in quell’organo dell’apparato respiratorio che ha la funzione di trasferire i gas respiratori (ossigeno e anidride carbonica) al sangue. E possiamo immaginare questo intricato sistema di tubi come fosse un albero rovesciato, con un tronco più grosso posto in alto che corrisponde alla trachea e un’infinita serie di rami che, biforcandosi e diventando sempre più piccoli, giungono fino alle cellette microscopiche che chiamiamo alveoli polmonari, corrispondenti alle vere e proprie unità respiratorie dei polmoni. In anatomia si è soliti suddividere i bronchi in funzione delle dimensioni del loro calibro (diametro interno), individuando ben 18 diverse biforcazioni, ognuna delle quali da origine, dividendosi, a due bronchi di più piccole dimensioni, fino a giungere ai bronchioli che rappresentano i bronchi più piccoli e periferici. Quando si parla di malattia delle piccole vie aeree (MPV) si fa riferimento alle suddivisioni bronchiali che vanno dall’8a alla 14a, comprendenti i piccoli bronchi privi di struttura cartilaginea (bronchioli terminali) e i bronchioli respiratori.

Molti quadri patologici infiammatori delle vie aeree interessano questo settore più periferico dell’albero bronchiale, rendendosi responsabili di quadri funzionali respiratori caratterizzati, alla spirometria, da ostruzione dei bronchioli come conseguenza di diversi eventi anatomopatologici coinvolgenti gli stessi, tra i quali:

  • Infiammazione diffusa dei bronchioli, con edema e infiltrazione della parete bronchiolare da parte di cellule infiammatorie.
  • Fibrosi sotto-epiteliale, responsabile di alterazione e distorsione da retrazione cicatriziale del decorso rettilineo dei bronchi che, perdendo l’originale integrità meccanico-anatomica, rendono più difficoltoso il drenaggio delle secrezioni e degli essudati infiammatori favorendo la stasi degli stessi e l’organizzazione successiva in tappi di sostanze occludenti stabilmente i bronchioli (stop al normale flusso dell’aria) (vedi “COP, BOOP, bronchiolite obliterante e polmonite organizzata”).
  • Distruzione degli alveoli polmonari con ulteriore aggravamento del collasso dei bronchioli privati della normale e fisiologica trazione radiale che ne consente la pervietà ottimale.

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