Classificazione GOLD della BPCO come indice di gravità pneumologica

classificazione bpco

Parlando di broncopneumopatia cronica ostruttiva BPCO, non è inconsueto che il paziente rivolga allo pneumologo domande relative alla necessità di meglio comprendere quale sia la gravità della malattia respiratoria cronica che lo riguarda e quali siano, soprattutto, le linee d’intervento attualmente più condivise dalla comunità scientifica per trattarla. Senza mai dimenticare che ogni paziente rappresenta un caso a sé e che ogni protocollo teorico, diagnostico o terapeutico che sia, deve poi essere riadattato con intelligenza, da parte dello specialista, alle specifiche realtà ed esigenze dell’ammalato, è possibile far riferimento, per quanto riguarda la serietà del quadro patologico respiratorio della BPCO e le possibilità terapeutiche offerte per curarlo, alla classificazione GOLD (Global Initiative for Chronic Obsctructive Lung Disease), considerata oggi dagli pneumologi il più accreditato ed universalmente accettato punto di riferimento scientifico. Esse si fondano sulla valutazione clinica del paziente (vedi “ La visita pneumologica presentata dallo pneumologo”) e sulla spirometria.

Riporto, pertanto, nella tabella sottostante, quanto definito da tale classificazione, con preghiera di volerne considerare, da parte di chi legge, unicamente le finalità informative che il testo vuole avere. Ogni uso di ciò che viene riportato, pertanto, non dovrà mai, in ogni caso, sostituirsi al contatto personale e al diretto confronto con la competenza specialistica dello pneumologo, che sola potrà garantire il buon uso clinico di quanto affermato.

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Sensazione di soffocamento: lo pneumologo aiuta a orientarsi

sensazione soffocamento

Quando si parla di soffocamento ci si riferisce ad una ben precisa sensazione di "fame d'aria" in grado di generare, nella persona che la prova, un profondo disagio legato all'impossibilità di immettere aria all'interno dell'apparato respiratorio (criticità inspiratoria). Esiste, tuttavia, una grande differenza tra "soffocamento" vero e proprio e "sensazione di soffocamento". Se, ad esempio, un corpo estraneo tende a ostruire le vie aeree, la sensazione di soffocamento che deriva da tale situazione non è solamente una "sensazione" percepita dal soggetto in assenza di una reale situazione asfittica, ma è la diretta conseguenza di un'oggettiva condizione che impedisce all'aria di raggiungere i polmoni. Cosa ben diversa è, invece, la sensazione di soffocamento che si può provare nel caso in cui non esista alcuna reale ostruzione delle vie aeree. In questo caso, diversamente da prima, l'impressione che la persona prova non è legata alla diretta conseguenza di una reale ostruzione al passaggio dell'aria, ma è invece qualcosa di correlato con ciò che la persona immagina che stia capitando, spesso conseguenza di una catastrofica interpretazione personale. A differenza di ciò che individua una più generica dispnea, intesa come indistinta difficoltà respiratoria, questa particolare forma di dispnea tende a interessare prevalentemente la fase inspiratoria del ciclo respiratorio, implicando, nella maggior parte dei casi, un problema che interessa la regione del laringe e delle corde vocali o della trachea.

Vediamo, allora, quali sono alcune delle più probabili cause di soffocamento, in presenza o in assenza di reali situazioni che oggettivamente lo giustifichino.

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Asma e sport estremi: il parere dello pneumologo su immersioni subacquee, paracadutismo e altro

asma e sport estremi

Quando parlo di sport estremi mi riferisco, in questo articolo, ad attività sportive aventi in comune alcune caratteristiche che, per l’asmatico, le rende tutte simili, prime fra tutte i rischi in più che il paziente affetto da asma bronchiale corre nel momento in cui sceglie di dedicarsi ad esse proprio in relazione alla patologia da cui è affetto. Tali sport vengono, per necessità, praticati in luoghi del tutto innaturali per l’uomo e ancor più per l’asmatico, richiedendo spesso attrezzature e dispositivi particolari.

Si tenga conto che l’asma (vedi “Asma bronchiale: malattia da conoscere”), patologia respiratoria in gran parte di natura allergica, per quanto possa essere trattato in modo efficace e possa presentarsi in condizioni di stabilità clinica (assenza dei classici 4 sintomi consistenti in tosse, dispnea (difficoltà respiratoria), sibilo espiratorio e senso di peso al petto), comporta sempre un rischio, per quanto minimo, di scompensarsi in modo improvviso con una crisi respiratoria (crisi asmatica) secondaria a cause non sempre così facilmente identificabili, spesso facilitata da una condizione di particolare sensibilità dei bronchi a rispondere con un broncospasmo quando esposti a vari stimoli irritativi fisici o chimici, più nota come iperreattività bronchiale aspecifica. Tenuto conto di questa potenziale instabilità clinica dell’asma, ciò che consiglierei all’asmatico e di mantenersi in luoghi e in situazioni che consentano, in caso di necessità, un accesso il più rapido possibile alle cure, qualche volta consistenti in un intervento specialistico urgente che permetta di risolvere rapidamente l’eventuale criticità inattesa.

Si tenga conto che la presenza di un’iperreattività bronchiale aspecifica può considerarsi uno dei fattori più importanti in grado di favorire una crisi d’asma in pazienti che soffrano di asma da sforzo (vedi “ Asma da sforzo o asma da esercizio fisico (E.I.A.): il parere dello pneumologo”), realtà clinica particolare avente specifiche caratteristiche tali da determinare la necessità di trattare il paziente non solamente con farmaci ad azione broncodilatatrice, ma altresì con principi farmacologici particolari in grado di agire sia sulle cellule dell’allergia, stabilizzandole ed impedendole di attivarsi, sia su particolari molecole dotate di attività infiammatoria note come leucotrieni. In tutti i casi di asma, pertanto, nei quali la componente da sforzo potrebbe giocare un ruolo determinante nello scompenso acuto del paziente, il rischio di praticare uno sport estremo come quelli che verranno elencati di seguito, è maggiore proprio per lo sforzo fisico spesso intenso e prolungato che tali discipline sportive richiedono.

Se è vero che, non solamente nel caso di sport estremi, uno sforzo intenso potrebbe rendersi responsabile di una crisi asmatica facilitata con un meccanismo da sforzo, quali la corsa, il ciclismo, il canottaggio e tanti altri sport ad elevato impegno energetico, è vero anche che, in questi casi, l’interruzione dell’attività sportiva può avvenire in tempi rapidi, rendendo disponibile l’accesso alle cure senza pericolosi ritardi come si verificherebbe, invece, nel caso in cui il paziente fosse impegnato in attività sportive in luoghi pericolosi e inaccessibili che inevitabilmente ritarderebbero un intervento urgente e non differibile.

Voglio chiarire, tuttavia, che a insindacabile giudizio dello specialista pneumologo o dello specialista in medicina dello sport, tali attività sportive potrebbero anche essere autorizzate in pazienti stabili e asintomatici, nel caso in cui si confermasse una normale pervietà bronchiale documentata con la spirometria, limitando l’esclusione assoluta dall’attività ai soli casi di asma grave persistente o alle crisi asmatiche in atto. Ogni caso, tuttavia, è diverso da un altro, e solo lo specialista è in grado di autorizzare il paziente alla pratica sportiva, tenendo conto nelle premesse di una sua stabilità clinica, dell’adeguatezza e del rispetto della terapia in corso (vedi “ Pneumologia e aderenza alle cure nelle malattie respiratorie: i consigli dello pneumologo”), della corretta modalità di assunzione dei farmaci (vedi “Asma e malattie respiratorie ostruttive: corretto uso delle bombolette e dei “device” a polvere secca nella cura ”) e dell’adeguata premedicazione farmacologica da praticare prima dell’inizio dell’attività sportiva, quando autorizzata.

Vediamo, allora, quali sono queste attività “estreme” alle quali mi riferisco.

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L’asma può passare? Il parere dello pneumologo

guarigione asma

Lasma bronchiale (vedi “Asma bronchiale: malattia da conoscere”), rappresenta una delle più frequenti patologie respiratorie presenti nella popolazione, interessando non solo gli adulti ma altresì i piccoli pazienti della fascia pediatrica (vedi “ Asma del bambino: i 10 consigli dello pneumologo per l’asma in età pediatrica”). Essa si manifesta con i 4 sintomi caratteristici della malattia, e precisamente tosse (vedi “Tosse e allergia: il parere dello pneumologo”), dispnea (difficoltà respiratoria) prevalentemente espiratoria, sibilo espiratorio (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è?”) e senso di costrizione al torace.

Se il quadro della malattia e le differenti possibilità di trattarla e monitorarla nel tempo con la spirometria non rappresentano, in generale, per i pazienti che ne sono affetti un problema, una volta compresa, con l’aiuto dello specialista, la natura del disturbo e l’effettiva possibilità di controllare lo stesso con un adeguato trattamento e con comportamenti “ad hoc”, esiste invece un dubbio posto spesso all’attenzione dello pneumologo, sia da parte dei pazienti, sia da parte dei genitori dei bimbi asmatici, relativo alla possibilità che la malattia possa scomparire nel corso della vita e, in caso affermativo, quando tale fortunato evento potrebbe realizzarsi.

A tal proposito premetto che esistono, se consideriamo le cose nei termini di una possibilità di “guarigione”, due situazioni ben diverse. La prima relativa al caso di un bambino affetto da asma bronchiale, specie se allergico. L’altra, invece, riguardante un soggetto adulto con asma bronchiale senza discontinuità di malattia fin dall’età pediatrica, o divenuto asmatico in età già adulta. Vediamo allora questi due distinti casi.

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N-acetilcisteina (NAC): farmaco pneumologico non solo mucolitico

acetilcisteina mucolitico

Ho già sostenuto su questo sito, in un mio precedente articolo, che nonostante il frequente uso di farmaci ad azione mucolitica e fluidificante utilizzati nel corso di occasionali episodi infettivo-infiammatori delle vie aeree, forse il miglior mucolitico oggi disponibile è proprio …l’acqua! (vedi “Acqua: la migliore terapia mucolitica”). E’ vero, infatti, che, se le proprietà di alcuni farmaci definiti “mucolitici”, cioè in grado di modificare le caratteristiche chimico-fisiche delle secrezioni catarrali prodotte dai bronchi e dalle ghiandole muco-secernenti dell’apparato respiratorio extra-bronchiali in risposta ad aggressioni infettive e infiammatorie delle vie aeree, consentono al muco prodotto in eccesso di divenire più “fluido” e per questo più facilmente espettorabile con i colpi di tosse (un muco appiccicoso e denso più difficilmente viene eliminato), è vero anche che l’acqua rappresenta la quota maggiore di cui il muco prodotto è costituito. Dimenticare, pertanto, di bere a sufficienza, impedendo al muco di ricevere quella quota di acqua indispensabile a fluidificarlo, può rendere inefficace l’assunzione di qualsiasi mucolitico, rappresentando solo un costo in più per l’ammalato spesso privo di un tangibile vantaggio.

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