Asma, piscina e cloro: il parere dello pneumologo

asma piscina e cloro

Successivamente ad un bagno in piscina vengono talora descritte possibili crisi respiratorie asmatiche in pazienti affetti da asma bronchiale specie se allergico, o disturbi respiratori nasali con crisi di starnutazione, prurito nasale e rinorrea (secrezione nasale abbondante) in soggetti allergici. Ciò è stato documentato nel corso di studi scientifici e avverrebbe, in modo particolare, in pazienti affetti da malattia asmatica di una certa importanza o con una più elevata iperreattività bronchiale aspecifica. Ma ciò non basta. Non solamente sarebbero più facilmente possibili crisi asmatiche in chi possiede un’iperreattività bronchiale più spiccata, già presente nel periodo precede al bagno in piscina, ma si è altresì documentato, con la spirometria e con il test alla metacolina, come la stessa aumenti significativamente nei pazienti asmatici allergici successivamente al nuoto in vasca, predisponendoli in questo modo ad una maggior facilità di nuove crisi.

Le manifestazioni respiratorie secondarie all’irritazione delle vie aeree si manifestano non tanto nel corso della permanenza in acqua, quanto più facilmente nella mezz’ora successiva all’uscita dalla vasca. La responsabilità di queste crisi asmatiche viene attualmente attribuita alla presenza del cloro e dell’aerosol e dei vapori d’acqua contenenti questo elemento chimico, nebulizzati e dispersi nell’aria degli ambienti che circondano la piscina e che tendono a permanere, a maggior concentrazione, sul pelo dell’acqua, specie in ambienti non sufficientemente areati.

Tali dati appaiono di particolare importanza se si tiene conto di quanti bimbi, alcuni dei quali affetti da asma bronchiale, vengano annualmente avviati agli sport acquatici, (vedi “Bambino asmatico e sport: i 10 consigli dello specialista”).

Come talora può avvenire in ambito scientifico, certe affermazioni “conclusive” di molti studi scientifici (qualche volta impropriamente dichiarati tali) appaiono in contrasto tra loro in funzione del laboratorio o del gruppo di ricerca responsabile dello studio o di come la si vuol vedere, creando in tal modo nella gente grande confusione e disorientamento sul da farsi e sul giusto peso da dare a taluni risultati, specie quando discordanti. Così capita a proposito dell’annosa questione relativa al fatto se il cloro presente nell’acqua delle piscine faccia male o no agli asmatici. Basta navigare su Internet per avere l’impressione di come conclusioni di un certo tipo si accompagnino ad altre di parere diametralmente opposto.

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Bronchiectasie e chirurgia: il parere dello pneumologo

 bronchiectasie e chirurgia

Ho già trattato in questo sito, in un testo precedentemente pubblicato, il problema delle bronchiectasie (vedi “ Bronchiectasie e bronchite cronica bronchiectasica”) e delle patologie respiratorie nelle quali è possibile riscontrare tali particolari malformazioni della struttura bronchiale. Le bronchiectasie possono presentarsi già alla nascita come vere e proprie malformazioni bronchiali (bronchiectasie congenite) o possono comparire nel corso della vita (bronchiectasie acquisite) come conseguenza di molteplici fattori patologici coinvolgenti il sistema bronchiale. Tra le patologie in grado di generare nel tempo bronchiectasie, ricordo i problemi di ordine infettivo a carico del tessuto polmonare (vedi “Polmonite e broncopolmonite”), prima fra tutte la tubercolosi, e l’insieme delle interstiziopatie fibrosanti del polmone (vedi “Fibrosi polmonare idiopatica e non”). Una volta realizzatesi le alterazioni morfo-strutturali e funzionali dei bronchi indicate con il termine “bronchiectasie”, esse possono rappresentare un terreno ideale per il successivo sviluppo di polmoniti e di ascessi polmonari, di patologie fungine del polmone secondarie alla sovrapposizione infettiva da parte di miceti (vedi “Aspergillosi polmonare” – “Aspergillosi broncopolmonare allergica” – “Micosi polmonari”), comportando talora un rischio di emottisi che può assumere le caratteristiche della grave emorragia bronchiale (vedi “Tosse e sangue dalla bocca: è sempre tumore?”).

Tenuto conto che la terapia di prima linea delle bronchiectasie è la terapia medica, con integrazione di aspetti infettivologici (esami colturali sulle secrezioni infette e terapia antibiotica mirata) e di supporto fisio-kinesiterapico (drenaggio posturale delle secrezioni, terapie endobronchiali, espirazione a labbra socchiuse – vedi “ Esercizi respiratori per pazienti con BPCO: la ginnastica respiratoria consigliata dallo pneumologo”, ecc.), resta da definire in quali casi la patologia bronchiectasica possa giovarsi di un approccio chirurgico ed in quali casi tale opportunità possa essere considerata addirittura risolutiva. Se è vero, infatti, che alla terapia “non-chirurgica” spetta un ruolo preminente nell’affrontare il problema bronchiectasico, è vero anche che in alcuni casi essa non è in grado di risolvere o di evitare conseguenze spesso gravi che il paziente bronchiectasico può presentare nel corso della vita e tra queste le massive emorragie broncopolmonari, l’ascesso polmonare e l’empiema pleurico secondario allo svuotamento nel cavo pleurico di materiale infetto proveniente dalle bronchiectasie.

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Asma, allergie respiratorie e filtraggio dell’aria: il parere dello pneumologo

asma allergie e filtraggio aria

Non solo umidificatori e deumidificatori per il trattamento dell’aria delle nostre abitazioni. In modo particolare nelle case in cui soggiornino pazienti affetti da malattie respiratorie allergiche (vedi “Malattie allergiche delle vie aeree”), specie se provocate dai pollini delle piante (vedi “Pollinosi”), dagli allergeni animali, in parte anche dagli acari della polvere domestica (vedi “Asma allergico da acari della polvere: i consigli dello pneumologo”), o in cui siano presenti muffe alle pareti (vedi “ Asma, problemi respiratori e muffe nella casa: il parere dello pneumologo”), la possibilità di modificare favorevolmente il microclima interno dell’abitazione con un purificatore d’aria può rappresentare talora un vantaggio, a patto che venga usato correttamente. Gli apparecchi per la filtrazione e la depurazione dell’aria degli ambienti interni sono dispositivi offerti dal mercato per modificare la qualità dell’aria presente nelle nostre case, veri e propri elettrodomestici al servizio della salute respiratoria. Il filtraggio attivo operato con l’impiego di apparecchi di volume contenuto consente, infatti, di ridurre la quantità di sostanze inquinanti e allergeniche disperse nell’aria della casa, riducendo, in questo modo, il contatto tra le mucose nasali e bronchiali e le molecole in grado di favorire l’irritazione delle vie aeree (infiammazione) e le manifestazioni allergiche delle stesse.

In quali casi potrebbe essere vantaggioso ripulire le nostre case dal materiale allergenico o dal particolato inerte sospeso nell’aria? Probabilmente nel caso in cui in esse sia presente un paziente affetto da allergie respiratorie, dalle “semplici” forme rinitiche (vedi “Rinite allergica”) alle più impegnative manifestazioni cliniche di un’asma bronchiale (vedi “ Asma bronchiale: malattia da conoscere”).

Ma a parte le situazioni in cui la presenza di un paziente sensibilizzato ad allergeni inalabili comporti il vantaggio di ridurre la carica inquinante rappresentata dal materiale pollinico di volta in volta responsabile della malattia allergica respiratoria, anche in tutte le condizioni di elevato inquinamento dell’aria legato alla presenza dello smog urbano (vedi “Inquinamento urbano e cancro polmonare”) e d’inevitabile inquinamento degli spazi confinati delle abitazioni, potrebbe trovare utile impiego un filtraggio dell’aria interna in grado di ridurre la carica inquinante infiammatoria delle vie aeree (PM10 e PM2.5), spesso responsabile di un peggioramento della condizione respiratoria in pazienti affetti da malattie respiratorie croniche. Tra queste la bronchite cronica, la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e l’enfisema polmonare.

Nel presente articolo non prendo in considerazione apparecchi filtranti in grado di generare ioni (ionizzatori) o ozono (ozonizzatori), in quanto lo scopo del testo è quello di presentare una modalità di filtrazione dell’aria che consenta la riduzione delle sostanze organiche o inorganiche direttamente disperse in essa, e non già la modificazione delle caratteristiche della stessa aventi a che fare con una sua più o meno supposta maggior “salubrità” non ben misurabile e comunque difficilmente definibile. Ricordo, infatti, come l’ozono, specie se prodotto in quantità elevate o mal controllate, non rappresenti un vantaggio nei termini di igienizzatore d’aria (potere disinfettante anti-batterico), ma rappresenti invece uno svantaggio netto legato alle sue proprietà ossidanti e fortemente infiammatorie sull’apparato respiratorio. Specie nel caso di pazienti asmatici, la sua presenza può essere responsabile di crisi respiratorie talora gravi.

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Asma, glaucoma e cataratta: lo pneumologo e le malattie degli occhi

asma glaucoma cataratta

Non è infrequente che lo pneumologo si debba confrontare con pazienti affetti contemporaneamente da patologie respiratorie e da malattie oculari, tra le quali glaucoma e cataratta, con la necessità di valutare attentamente l’opportunità della prescrizione di farmaci attivi sul versante respiratorio che potrebbero essere controindicati sul fronte oftalmologico. Non è così raro, infatti, che una terapia pneumologica prescritta con la finalità di controllare un’asma bronchiale o, più in generale, una malattia respiratoria cronica, possa determinare nel paziente problemi oculari iatrogeni (conseguenti all’uso di farmaci), in considerazione di alcune caratteristiche proprie dei medicamenti impiegati nelle terapie pneumologiche.

Vediamo, quindi, quali situazioni pneumologiche possono essere potenzialmente in grado di provocare o aggravare una malattia oculare, in quali casi una terapia prescritta dall’oculista possa rendersi responsabile di problemi respiratori nel paziente pneumologico e, per finire, quali problemi oculari possono accompagnarsi alle malattie respiratorie allergiche.

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Anticorpi monoclonali per lo pneumologo: omalizumab per la terapia dell’asma grave

anticorpi monoclonali in pneumologia

L’asma bronchiale, malattia respiratoria tra le più diffuse nella popolazione, è soggetta da parte degli specialisti pneumologi ad una valutazione della sua gravità, ispirando una vera e propria classificazione della stessa in grado di definire le successive mosse terapeutiche. Si può dire che, una volta individuato il livello di gravità della malattia, è possibile stabilire un trattamento standard previsto per quello stadio, senza mai dimenticare, tuttavia, che non essendo i pazienti tutti uguali, ogni tentativo di ricondurre le scelte terapeutiche a una sorta di modello universale della “terapia dell’asma” da applicare biecamente, senza adeguare di volta in volta le possibili soluzioni al singolo paziente, porta in molti casi a non risolvere il problema. Proprio per questo le scelte terapeutiche dello pneumologo, pur tenendo conto di un modello “base” simile per i vari casi di pari gravità, devono prevedere la possibilità da parte dello specialista di “aggiustare” la terapia, adattandola in modo il più possibile personalizzato al paziente, in quanto non è possibile “standardizzare” in modo troppo rigido scelte e dosaggi di farmaci che, per definizione, spesso hanno effetti assai diversi sui diversi pazienti sia in termini qualitativi, sia in termini quantitativi.

Tra i diversi tipi di asma bronchiale, quello allergico è senz’altro quello più facilmente riscontrabile, andando da quadri caratterizzati da sintomi saltuari e poco intensi, fino ad altri connotati dalla presenza di una dispnea (difficoltà respiratoria) grave e persistente, accompagnata da tosse (vedi “Tosse e allergia: il parere dello pneumologo”), sibilo espiratorio continuo (vedi “ Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è?”) e grave senso di costrizione al torace. Ricordo come, nell’asma allergico, il fattore che fa la differenza sia rappresentato dalla presenza nel sangue di anticorpi di classe IgE detti “reagine”, responsabili dello scatenamento delle crisi allergiche respiratorie in presenza di allergeni specifici tipo pollini delle piante (vedi “Malattie allergiche delle vie aeree” – “Pollinosi”), acari della polvere domestica (vedi “Asma allergico da acari della polvere: i consigli dello pneumologo”), allergeni animali (vedi “Bimbo, animali domestici, asma e allergie respiratorie: i consigli dello pneumologo”) o muffe (vedi “ Asma, problemi respiratori e muffe nella casa”).

In molti di questi casi di asma allergico con sintomatologia grave e persistente (asma “moderato-severo”), specie se in presenza di elevati valori di IgE circolanti, esiste da anni la possibilità di trattare il paziente con omalizumab, anticorpo monoclonale umanizzato ottenuto da DNA ricombinante impiegato spesso, con buoni risultati, anche nel caso dell’orticaria cronica idiopatica, in grado di legarsi in modo selettivo alle IgE umane, inattivandone o riducendone la capacità di far da ponte tra gli allergeni e le cellule (mastociti e basofili) che rilasciano istamina e leucotrieni responsabili dei sintomi allergici.

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