Asma e sovrappeso: il parere dello pneumologo

asma e sovrappeso

Anche se attualmente i dati della ricerca clinica non sono in grado di chiarire con precisione i reali rapporti che intercorrono tra obesità e asma (vedi “Asma bronchiale: malattia da conoscere”), è certo il fatto che i soggetti obesi abbiano una maggior probabilità di sviluppare asma nella vita, mentre è altrettanto assodato il fatto che un asmatico sovrappeso trovi una maggior difficoltà a controllare la propria patologia respiratoria e debba ricorrere ad una terapia farmacologica a dosaggi più elevati rispetto a quelli che gli sarebbero invece sufficienti se solo fosse di peso normale.

Questi dati parlano chiaro e sono sufficienti a chiarire che la terapia dell’asma non passa solamente da una corretta scelta dei farmaci atti a controllare il broncospasmo (farmaci broncodilatatori), ma essa deve prima di tutto garantire il rispetto di quegli aspetti extra-farmacologici senza i quali il successo sulla malattia rischia spesso di essere incompleto. Tra queste premesse indispensabili per un risultato stabile e duraturo, oltre al controllo del peso corporeo, compaiono il controllo dell’ambiente nel quale l’asmatico vive (vedi “Asma allergico e luogo di vacanze: i consigli dello pneumologo” – “ Asma allergico e allergie respiratorie: i 20consigli utili per l’igiene della casa”) , specie nel caso in cui l’asma di cui il paziente soffre sia allergico (vedi “Malattie allergiche delle vie aeree” – “Pollinosi” – “Tosse e allergia: il parere dello pneumologo”), ed il rispetto e la stabilità della sua serenità emotiva (vedi “ Asma psicosomatico: il parere dello pneumologo e dello psicoterapeuta”).

Si consideri inoltre che il paziente asmatico, specie quando scarsamente controllato con i soli farmaci broncodilatatori per via aerosolica, viene spesso trattato con il cortisone per via orale o in forma iniettiva. Tale farmaco, se da un lato agisce favorevolmente sull’infiammazione dei bronchi, presupposto indispensabile per ottenere un buon controllo clinico della malattia, dall’altro favorisce l’appetito e l’aumento di peso del paziente conseguente ad uno dei suoi effetti collaterali più comuni, rappresentato dalla ritenzione di liquidi. Tale aumento di peso si rende a sua volta responsabile di un peggioramento dei sintomi clinici, primi tra tutti la dispnea (difficoltà respiratoria) e il sibilo espiratorio (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è?”).

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Bronchite cronica e regole di vita: lo pneumologo e la terapia oltre i farmaci

bronchite regole vita oltre farmaci

La bronchite cronica rappresenta una patologia respiratoria assai diffusa nella popolazione, frutto di abitudini errate, prime fra tutte il fumo di tabacco, e della permanenza in ambienti urbani ad elevato inquinamento dell’aria (vedi “ Fumo di sigaretta e inquinamento urbano: individuazione precoce dei danni funzionali”). La sua diagnosi viene posta non tanto in funzione di alterazioni presenti sulla radiografia del torace o documentate nel corso dell’esame spirometrico (vedi “ Esami per malattie respiratorie e tumori polmonari e pleurici”), quanto sulla base di un criterio esclusivamente clinico al quale si possono associare (ma non ne è determinante il riscontro) eventuali alterazioni radiologiche e deficit funzionali respiratori di cui sopra.

Per definizione, pertanto, si definisce bronchite cronica ogni condizione che preveda la presenza di una tosse con catarro presente per un periodo complessivo di almeno tre mesi all’anno, anche non consecutivi, per almeno due anni consecutivi. Tutti coloro che rispondono a tale requisito, quindi, indipendentemente dai riscontri radiografici e spirometrici, possono considerarsi bronchitici cronici. Nel caso in cui si dovesse riscontrare alla spirometria anche la concomitanza di un’ostruzione bronchiale non reversibile con il test di broncodilatazione (vedi “Visita pneumologica, spirometria, ossimetria e test con broncodilatatore”), il paziente potrebbe rientrare tra quelli per i quali la BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva) rappresenta probabilmente la diagnosi più appropriata (vedi “ Ho la bronchite cronica o la broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO)?”).

Tenuto conto delle due principali cause della bronchite cronica (fumo e aria inquinata), se la terapia medica con mucolitici, antinfiammatori e antibiotici, in caso di riacutizzazione infettiva batterica, appare senz’altro appropriata (vedi “ Pneumologia e aderenza alle cure nelle malattie respiratorie: i consigli dello pneumologo”), è vero anche che se non si provvede ad agire sui fattori che appaiono determinanti non solo nel provocarla, ma altresì nell’aggravarla, difficilmente sarà possibile giungere ad un risultato soddisfacente.

Gli elementi, pertanto, sui quali consiglierei di agire oltre alla terapia farmacologica, sono di seguito elencati.

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Asma e problemi respiratori da profumi, candele, oli e incenso: i consigli dello pneumologo

asma profumi oli e incensi

Viene chiesto qualche volta allo pneumologo, non solamente da parte di pazienti affetti da asma bronchiale (vedi “Asma bronchiale: malattia da conoscere”) o da malattie respiratorie croniche quali la bronchite cronica, la BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva) e l’enfisema polmonare, ma anche da parte di persone senza problemi respiratori in atto, se candele profumate, bastoncini d’incenso, profumi e oli profumati per la casa, diffusori elettrici, vaporizzatori per profumi e lampade per aromi e per fragranze d’ambiente, possano arrecare danni alla salute, rappresentando un problema in più per i pazienti affetti da malattie respiratorie.

Farò di seguito una serie di considerazioni, derivabili dalla lettura di quanto diffusamente pubblicato in letteratura internazionale, dalle quali si possa comprendere il mio orientamento di fronte a tale dubbio, proponendo alcuni consigli ispirati a queste riflessioni.

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Enfisema polmonare e Aspirina: novità dallo pneumologo

enfisema polmonare e aspirina

Che l’Aspirina avesse a che fare con le malattie respiratorie già si sapeva, (vedi “ Farmaci che possono provocare asma o causare danni ai polmoni e alla funzione respiratoria”), anche solo per il fatto che ci sono pazienti affetti da asma bronchiale nei quali l’Aspirina, assunta per i motivi più vari, può provocare crisi respiratorie anche gravi (vedi “Asma indotto da Aspirina (A.I.A.): il parere dello pneumologo”). Ma che essa potesse interagire con una patologia respiratoria molto diffusa nella popolazione anziana, quale l’enfisema polmonare, non era ancora noto. Soprattutto non era noto un suo possibile effetto positivo sull’evoluzione di tale malattia polmonare. L’enfisema polmonare rappresenta una vera e propria malattia degenerativa del polmone che, dopo anni di progressione inarrestabile a partire da quadri iniziali di ostruzione bronchiale documentabili con la spirometria, porta all’incapacità della funzione respiratoria (insufficienza respiratoria), anticipata spesso dalla presenza di un disagio respiratorio sempre più importante (dispnea), frequentemente già presente da anni. L’enfisema polmonare è parte integrante di un quadro respiratorio più complesso, al quale appartiene anche la bronchite cronica, noto come broncopneumopatia cronica ostruttiva – BPCO (vedi “Ho la bronchite cronica o la broncopneumopatia cronica ostruttiva? ”). Questa novità in pneumologia è stata comunicata a Denver, alla comunità scientifica, in occasione dell’ultimo congresso dell’American Thoracic Society (ATS). L’Aspirina (acido acetil-salicilico), avrebbe secondo quanto rilevato da uno studio osservazionale coordinato dalla Dott.ssa Carrie Aaron della Columbia University di New York, la non irrilevante capacità di limitare la velocità di progressione di tale malattia. E’ questo un dato di notevole importanza se si tiene conto del fatto che l’enfisema polmonare può al massimo essere trattato nel corso della sua lunga progressione (anni), agendo solo in senso preventivo sui fattori che possono portarlo a peggiorare, responsabili di quel vero e proprio “consumo” del polmone che, una volta conclamato, non prevede più la possibilità di recuperare la funzionalità polmonare persa. Tra i principali fattori responsabili del danno polmonare che conduce all’enfisema, il principale è senz’altro rappresentato dal fumo di tabacco, al quale segue l’inalazione di sostanze inquinanti presenti nello smog urbano (vedi “ Fumo di sigaretta e inquinamento urbano: individuazione precoce dei danni funzionali”).

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Vaccinazione antinfluenzale e malattie polmonari: i consigli dello pneumologo

vaccinazione influenza e malattie polmonari

Asma , BPCO (broncopneumopatia cronica ostruttiva), bronchite cronica, enfisema polmonare, allergie respiratorie. In periodo di vaccinazione antinfluenzale torna alla ribalta l’opportunità di praticare il vaccino proprio nei portatori delle suddette malattie respiratorie. Vediamo allora in quali casi, e per quali motivi, è conveniente procedere alla vaccinazione contro il virus influenzale nel periodo autunnale.

Vorrei prima fare chiarezza a proposito del termine “influenza”, cosa questa che sento necessaria prima di procedere con ciò che segue. Vi è una diffusa tendenza, nel grande pubblico, a riassumere impropriamente in tale definizione la moltitudine di malattie infettive respiratorie febbrili che fanno la loro comparsa nel periodo autunnale e nel successivo periodo invernale. Ogni qualvolta il paziente presenti febbre, magari accompagnata da tosse, bronchite, dolori muscolari, cefalea, malessere generale, faringodinia (mal di gola) e disagio a respirare (dispnea ), con presenza o meno di rinite (raffreddore comune), si tende, nel linguaggio e nell’immaginario collettivo popolare, a riassumere con il termine “influenza” l’insieme dei sintomi e delle malattie respiratorie di cui sopra, indipendentemente dai virus o dai batteri che ne sono causa. Moltissimi altri virus, oltre ai veri e propri virus influenzali (OrthomyxovirusInfluenzavirus A – B - C), e tra questi i virus parainfluenzali (Paramyxovirus), i Rinovirus (virus del raffreddore), gli Adenovirus, i Coronavirus, i virus Coxsackie ed il VRS (virus respiratorio sinciziale), possono rendersi responsabili di patologie acute respiratorie febbrili e dei relativi sintomi sopra decritti.

Alla sola classe dei veri e propri virus influenzali (Influenzavirus A – B – C), tuttavia, spetta il primato delle più importanti complicazioni respiratorie invernali (e non solo) successive a infezione di soggetti già portatori di altre patologie croniche eventualmente concomitanti. Solo a questi virus, quindi, e non a tutti gli altri visti prima, spetta il titolo di virus influenzale, definendo quindi con il termine “influenza” non già un improprio modo per dire “febbre”, ma esclusivamente quella ben definita patologia febbrile che consegue all’infezione umana da virus influenzale A, B o C. Chiarito ciò, risulta facilmente comprensibile l’equivoco che spesso crea affermazioni che tendono a sminuire la validità e l’efficacia della vaccinazione antinfluenzale, che in numerosi casi porta ad espressioni del tipo “Ho fatto la vaccinazione per l’influenza ma me la sono presa lo stesso”. Frasi come queste non fanno altro se non sottolineare che la vaccinazione non è per la “febbre” (questa può essere la conseguenza di infezioni virali non influenzali!) e pertanto, attendersi che la vaccinazione antinfluenzale protegga anche da altri virus non-influenzali sarebbe pretendere troppo. Essa immunizza, in realtà, ai soli virus influenzali veri, lasciando aperta la possibilità che qualsiasi soggetto vaccinato possa ammalare, nel corso del periodo freddo, di altre malattie acute virali febbrili non-influenzali, che tuttavia si differenziano dall’influenza “vera” in quanto molto meno pericolose, per un minor numero e per una minore gravità delle complicanze che comportano. Chi ha “ l’influenza”, quindi, dopo essersi vaccinato contro l’influenza, si sta in realtà “facendo altro” (virus non-influenzali)! Per quanto possibile, è raro, infatti, il caso in cui, per i più disparati motivi, la vaccinazione antinfluenzale fallisca nella sua possibilità di immunizzare il soggetto che vi si sottoponga.

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