Fiatone, sopraffiato, rantolino, fame d’aria e sbuffo: lo pneumologo e i rumori respiratori

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Sento un rumore del respiro … mi viene un rumore respiratorio … ”, “ … ho un affanno …”, “… un gattino in gola …”, “… una piuma … “, “…il fiato corto …”, “ Faccio uno strano rumore quando respiro …” o, ancora, “Quando mi muovo ho il sopraffiato …“. Queste affermazioni e altri termini folcloristici del genere mi sono stati presentati, negli anni, nel corso della mia attività specialistica pneumologica, da pazienti giunti alla mia osservazione per i sintomi respiratori più diversi. Tutte espressioni individuali, condite dai più disparati significati personali, ma nell’insieme descrizioni tipiche di chi è più attento di altri ad ascoltarsi in ciò che capita “all’interno” e passa la vita a esplorarsi, facendo un vero e proprio “auto-check” continuo al servizio di una celere e indispensabile individuazione di quel “qualcosa” interiore che non funziona e che, se colto quando ancora è all’inizio, può più facilmente essere affrontato e risolto.

Non che tale atteggiamento, se non portato all’estremo patologico del vivere un continuo stato di supposta malattia pur essendo sani (ipocondria), sia da censurare a priori. Anzi! Per quanto mantenga chi pratica tale abitudine auto-esplorativa in un continuo stato d’ansia, per il timore di malattie spesso inesistenti, esso sembra poi essere vincente nel più lungo termine, tanto più se paragonato con chi, per definizione, nega i sintomi o gli presta poco ascolto per la paura di doversi poi confrontare con una condizione di malattia che non si accetterebbe o che si preferisce per definizione inesistente. Tale secondo modo di porsi, infatti, rischia di rappresentare un comportamento non privo di rischi, esponendo alla progressione di malattie che, se rilevate e affrontate per tempo, possono essere risolte magari con poco, ma che se ignorate nonostante diano tangibili segnali della loro presenza (sintomi), possono avere per il paziente anche gravi conseguenze.

Non tutte le affermazioni curiose sopra raccontate dai pazienti coincidono, tuttavia, con la difficoltà a respirare, con il disagio respiratorio, con ciò che nell’insieme noi addetti ai lavori definiamo “dispnea. Ma tutto, in ogni caso, tosse o rumori che siano, sembra uscire da quel “tubo” tracheale, sia che ci venga riferito come “fatica a respirare”, sia che, invece, rappresenti l’indicatore di una qualche patologia che ci viene raccontata dal nostro paziente nei termini di una “sensazione” personale o di un “rumore”. Le descrizioni fatte dai nostri ammalati sono spesso ricche di fantasia, riportate al medico nel tentativo di equiparare il suono emesso a qualche altra esperienza sonora che gli si avvicini, con il preciso scopo di cercare di trasmettere nel miglior modo possibile, a chi deve poi prendersi cura del problema, ciò che il paziente sente.

Ben diversamente dai “rumori e suoni respiratori” descritti come “rantoli crepitanti, gemiti inspiratori, sibili espiratori, ecc.) (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è? ”), classificati e ben codificati, nelle descrizioni, dall’esperienza semeiotica del medico, ma soprattutto frutto di una realtà medico-scientifica condivisa, che lo pneumologo può rilevare con l’auscultazione del torace (esame obiettivo) nel corso della visita pneumologica (vedi “ La visita pneumologica presentata dallo pneumologo” – “Visita pneumologica, spirometria, ossimetria e test con broncodilatatore”), qui siamo invece nel campo di ciò che può venire liberamente riferito dal paziente, espressioni naif molto spesso frutto delle diverse realtà socio-culturali alle quali il paziente appartiene e alle quali s’ispira, esibite e riprodotte talora, anche nei suoni, solo per far comprendere al medico quel “rumore ” poco interpretabile che “non convince”, generato dalle vie aeree: “un gracchio” o un “cri-cri”, un “rantel” o un “rantolino”, un “pigolio” o un “grr-grr in gola”, un “girafiato” o un “fffff !!”. Modi di dire o di mimare e riprodurre “suoni” provenienti dal proprio mondo interno, nel tentativo di riportare al medico ciò che capita e che preoccupa.

Molti di questi “strani” suoni e rumori respiratori riportati dal paziente con le espressioni più diverse e curiose, sono il risultato, banalmente fisico, di effetti sonori generati dall’interazione tra la colonna d’aria che entra ed esce dalle vie aeree durante gli atti respiratori, e le sue strutture solide (cavo orale, faringe, laringe, trachea, bronchi e bronchioli), più o meno reversibilmente o irreversibilmente ostruite o “ispessite ” dai processi patologici. O sono prodotti, invece, dal contatto tra il flusso aereo di cui sopra e i prodotti della malattia (secreti catarrali infiammatori e infettivi, liquidi trasudatizi ed essudati, ecc.), ognuno dei quali in grado di generare rumori diversi in funzione delle diverse modalità d’impatto con strutture solide o liquide presenti nell’apparato respiratorio, delle rispettive diverse viscosità o fluidità delle secrezioni o della differente messa in vibrazione, risonanza e turbolenza delle stesse quando esposte al flusso dell’aria, o ancora, in funzione della diversa sede ove essi si producono e si riscontrano.

La sola cosa certa è che, al di la delle espressioni spesso diverse usate magari per indicare un medesimo fenomeno clinico-biologico, differenti proprio in quanto narrate, di volta in volta, da pazienti sempre diversi, ognuno dei quali dotato di una personale capacità espressiva, ciò che fa la differenza per comprendere poi tali descrizioni è lo specialista, sulla base, prima di tutto, di quell’esperienza clinica che spesso gli consente di “tradurre”, in un dato diagnosticamente “leggibile”, le curiose affermazioni. E’ in questo modo che “pigolii” e “sbuffi” trovano alla fine una giusta collocazione, se intelligentemente interpretati dal buon senso clinico dello specialista, consentendo una corretta diagnosi di bronchite, di bronchiolite o di asma bronchiale, magari presentanti una sintomatologia “sonora” meno classica e ortodossa. Si lasci, quindi, all’esperienza del medico e, ancor più, alla sensibilità clinica dello specialista pneumologo, la corretta interpretazione di quella ricca serie di buffe descrizioni dei sintomi respiratori. Esse, spesso più di tanti test costosi, possono, se ben usate, orientare lo specialista esperto alla diagnosi corretta.

Dott. Enrico Ballor

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