Intossicazione da monossido di carbonio: i consigli dello pneumologo

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Freddo dell’inverno, stufette a gas e fonti di riscaldamento “a fiamma” o a pannelli incandescenti radianti nella casa. Una miscela davvero “esplosiva” che rischia di finire in tragedia se non si tiene conto di alcuni aspetti che davvero è opportuno conoscere. La produzione di monossido di carbonio che si genera in particolari condizioni, infatti, rischia di realizzare delle situazioni di estremo pericolo per la salute umana, mettendo a repentaglio la sopravvivenza stessa dei soggetti che si dovessero trovare esposti all’inalazione accidentale di questo gas estremamente velenoso.

La particolare tossicità del monossido di carbonio (CO), formato da un atomo di carbonio e da uno di ossigeno, nasce dalla sua particolare affinità per l’emoglobina, molecola presente nei globuli rossi del sangue avente una finalità di trasporto dell’ossigeno in circolo. Mentre l’ossigeno si lega all’emoglobina in modo temporaneo, pronto a essere ceduto ai tessuti dell’organismo quando questi ne facciano richiesta per le loro esigenze metaboliche, il monossido di carbonio, invece, tende a creare con la stessa un legame molto più stabile e più lentamente reversibile (carbossiemoglobina), rendendo in tal modo impossibile la sua funzione di trasportatore di ossigeno. Si viene così a determinare, in virtù di questa vera e propria inattivazione dell’emoglobina, una perdita della funzione di trasporto dell’ossigeno ai tessuti, con grave insufficienza asfittica e metabolica che può condurre l’organismo a morte per anossia (mancanza di ossigeno disponibile).

La vera insidia rappresentata da questo gas è di non essere percepibile nell’ambiente, in quanto privo di caratteristiche quali odore, sapore, colore o proprietà irritanti, in grado di farlo individuare se presente. Questo consente l’accumulo del monossido, in special modo negli ambienti chiusi, fino al raggiungimento di quantità letali non rilevabili dalle vittime dell’intossicazione. Esso viene prodotto ogni qual volta esista un processo di combustione in presenza di una bassa quantità di ossigeno (comburente) disponibile a sostenerla.

Vediamo, quindi, negli esempi seguenti, quali sono le situazioni in cui è possibile che si generi questo pericoloso composto chimico, tenendo conto che non solamente esiste un’intossicazione acuta determinata dall’inalazione di una grande quantità di gas tossico in un breve lasso di tempo, ma esiste altresì una vera e propria intossicazione cronica determinata dalla costante inalazione di piccole ma ripetute quantità nel tempo di tale sostanza.

  • Uno dei casi più classici, che spesso interessano la cronaca dei giornali, è quello rappresentato dall’intossicazione da monossido provocato dalle stufette alimentate a gas, spesso presenti nelle seconde case al mare (permanenza in luogo marino nel corso dei mesi invernali) o molto più frequentemente in montagna. Tali ambienti sono, per definizione, spazi limitati da un punto di visto delle cubature abitative, in grado di rappresentare un pericolo proprio in quanto di volume limitato. In essi si trovano contemporaneamente presenti due condizioni favorenti la formazione e l’accumulo del monossido: un piccolo volume confinato, con una conseguente ridotta quantità di ossigeno che più facilmente viene consumato ed esaurito nel corso di un qualsiasi processo di combustione che in esso sia attivo; maggiore possibilità che, in un volume di siffatta specie, il monossido eventualmente prodotto raggiunga più rapidamente concentrazioni tossiche, non infrequentemente anche letali.
  • Anche gli stessi caminetti a legna, così belli a vedersi, possono trasformare una serata romantica in una tragedia. La grande quantità di ossigeno che essi consumano, infatti, può rapidamente esaurire quello presente nell’abitazione e ancor più nella stanza ove si sia chiusa la porta d’accesso per ridurre la dispersione del calore nelle altre stanze dell’appartamento.
  • Caso classico è quello rappresentato dagli scaldabagno a gas così diffusi nelle case, impiegati per riscaldare l’acqua della rete idrica dell’abitazione. Un inadeguato allontanamento dei fumi e dei prodotti della combustione in impianti non a norma, può anche in questo caso favorire la formazione del monossido come conseguenza della permanenza della fiammella dell’impianto che si mantenga attiva per qualche ora, con il rischio di saturare l’ambiente abitativo con il pericoloso gas tossico.
  • Ricordo un caso occorsomi ormai più di vent’anni fa nel corso di un turno di servizio notturno in Pronto Soccorso, particolarmente interessante per le dinamiche purtroppo non inconsuete. Il coma secondario all’intossicazione da monossido di carbonio che presentava una coppia di adolescenti, infatti, era conseguente all’inalazione di monossido di carbonio prodotto dal motore della vettura lasciata accesa all’interno di un garage nel quale i due si erano riparati per scambiarsi effusioni amorose. Per fortuna la casuale scoperta, da parte dei famigliari, dei due giovani già privi di sensi, consentì di salvarli prima che la serata si trasformasse in un’irreparabile disgrazia.
  • Altro caso emblematico quello riportato dalla cronaca dei giornali di qualche anno fa, relativo ad una coppia di anziani deceduti per intossicazione acuta da monossido di carbonio generato dalla fiamma dei quattro fuochi di una cucina a gas lasciati volutamente accesi per riscaldarsi, nel corso di una notte d’inverno, in un appartamento al mare privo d’impianto di riscaldamento e non adeguatamente aerato.
  • Ma attenzione al fatto che non è solo l’inalazione acuta e massiva del gas a provocare problemi, ma è spesse volte in causa anche una vera e propria intossicazione cronica dell’organismo definita dalla cronica inalazione di piccole quantità di monossido mantenuta per lungo tempo, che spesso esercita la sua azione negativa attraverso la possibilità di accentuare e favorire problemi respiratori e cardiocircolatori in malati già affetti ma malattie croniche cardio-polmonari (cardiopatia ischemica, asma bronchialebronchite cronicabroncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) ed enfisema polmonare). E’ questo il caso classico rappresentato dal monossido di carbonio prodotto dalla combustione dei veicoli a motore che, se presenti in grande quantità, possono intossicare una certa quota di emoglobina di chi abita in centri urbani ad alta densità di circolazione (vedi “BPCO, smog e traffico automobilistico urbano: il punto dello pneumologo” – “Sport nelle città e aria inquinata: il parere dello pneumologo” – “Cina, smog e malattie respiratorie: il punto dello pneumologo” – “Blocco delle auto Euro 3 ed Euro 4 a Torino per lo smog: il punto dello pneumologo” – “Bambini, smog a Torino e rischio di malattie: il punto dello pneumologo”) . Allo stesso modo anche il fumo della sigaretta può determinare una cronica intossicazione, proprio in virtù delle piccole ma ripetute quantità di monossido inalate nel corso dell’abitudine tabagica (vedi “Fumo di sigaretta e inquinamento urbano: individuazione precoce dei danni funzionali”). Si tenga presente, tuttavia, che si possono considerare tollerabili nel sangue quantità di carbossiemoglobina inferiori all’1%, mentre un medio fumatore di sigarette può presentarne abitualmente una quantità pari all’1,5 – 2,6%.

Ritengo fondamentale conoscere bene i sintomi con i quali l’intossicazione acuta si presenta, consistenti in modo particolare in:

  • generale sensazione di stanchezza e di spossatezza
  • riduzione dei riflessi con allungamento dei tempi di risposta (attenzione alla guida!)
  • cefalea
  • vertigine
  • nausea
  • vomito
  • dispnea (disagio respiratorio), spesso già presente per sforzi lievi
  • incremento della frequenza cardiaca (tachicardia) con cardiopalmo
  • incremento della frequenza respiratoria (tachipnea)
  • dolore toracico
  • confusione mentale
  • irritabilità
  • disturbi visivi talora accompagnati da emorragie retiniche
  • sonnolenza, alla quale può seguire una vera e propria condizione di coma con acidosi metabolica e stato di shock
  • insufficienza respiratoria (vedi “Emogasanalisi arteriosa”)
  • arresto cardiocircolatorio e morte per asfissia

Talvolta, a distanza di tempo dall’intossicazione acuta, possono manifestarsi segni tardivi, quali:

  • alterazione della memoria e del comportamento
  • parkinsonismo
  • deficit cognitivi progressivamente ingravescenti fino ad una vera e propria demenza
  • sintomi psicotici

La comparsa di questi sintomi è progressiva in funzione del livello raggiunto dal monossido nel sangue. Ricordando come nel fumatore sia già possibile riscontrare in circolo una quantità di carbossiemoglobina fino al 5%, si parla di intossicazione lieve per concentrazioni comprese tra il 5 e il 10%, di intossicazione moderata per concentrazioni comprese tra il 10 e il 25% e di intossicazione grave per concentrazioni superiori al 25%.

E’ fondamentale ricordare come, nel caso in cui si debba prestare soccorso a soggetti che potrebbero essere intossicati da monossido di carbonio, sia necessario entrare con circospezione nell’ambiente e comunque solo dopo aver avvertito qualcuno, in particolare il sevizio avanzato di pronto soccorso (118). Nel luogo in cui il gas potrebbe trovarsi ad elevate concentrazioni è necessario aerare prima molto bene il locale, evitando di soffermarsi a respirare all’interno di esso se non per pochi secondi prima di riguadagnare lo spazio esterno, preferendo un rapido allontanamento del sospetto intossicato dalla stanza per fornirgli le prime manovre di supporto alle funzioni vitali di base (BLS – basic life support).

Il trasporto del paziente in Pronto Soccorso consente di avviare rapidamente l’ossigenoterapia al 100%, in grado di ridurre l’emivita della carbossiemoglobina (è il tempo necessario a dimezzarne la quantità nel sangue e nei tessuti) dalle circa 3-7 ore senza ossigeno a circa 1ora ½ con il supporto dello stesso, mantenendo tale procedura con maschera faciale fino a quando la concentrazione di carbossiemoglobina nel sangue non scenda almeno sotto il 5%. E’ invece possibile procedere con l’ossigenoterapia iperbarica in apposita camera ad elevata pressione atmosferica (fino a 3 atmosfere) in presenza di grave intossicazione, con il vantaggio di ridurre ulteriormente l’emivita della carbossiemoglobina fino a circa ½ ora, riducendo in tal modo i gravi rischi che le intossicazioni più gravi comportano anche sulla salute futura dei pazienti, a patto che si inizi tale procedura entro le prime 12 ore.

Ricordo ancora come, per scongiurare il pericolo derivante dal cattivo funzionamento di impianti di riscaldamento non omologati o fuori norma, sia necessario garantire che le caratteristiche degli stessi rispondano ai requisiti previsti dalla legge e che si proceda periodicamente, secondo le indicazioni fornite dalle diverse ditte produttrici, alla manutenzione degli impianti per evitare che un anomalo funzionamento degli stessi divenga fonte del pericoloso gas.

Dott. Enrico Ballor

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Immagine copyright depositphotos\KKulikov

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