Difficoltà a respirare e pressione arteriosa: una dispnea particolare per lo pneumologo

pressione arteriosa e difficolta respiratoria

Esiste una relazione tra difficoltà a respirare, ciò che il medico chiama dispnea, e la pressione arteriosa? Il disagio respiratorio rappresenta forse il sintomo più frequente con il quale lo specialista pneumologo è tenuto a confrontarsi. Esso è spia che qualcosa non funziona, non solamente a livello bronchiale e polmonare, ma altresì a livello di moltissimi altri organi, primo fra tutti il cuore, organo che tende a segnalare al paziente e al medico che qualcosa non va proprio attraverso la fatica a respirare che spesso si presenta durante uno sforzo.

Vediamo, allora, in quali casi la pressione arteriosa troppo alta (ipertensione arteriosa) o troppo bassa (ipotensione arteriosa) possono essere causa di dispnea.

Ipertensione Arteriosa

Rappresenta una delle più diffuse patologie presenti nella popolazione, spesso ignorata fino ad un suo riscontro casuale durante una visita medica (ipertensione arteriosa misconosciuta) o scoperta purtroppo tardi in occasione di un evento patologico talvolta grave (ictus e infarto), spesso espressione delle sue conseguenze negative. La pressione arteriosa rappresenta una misura della forza che il sangue esercita sulle pareti dei vasi sanguigni delle arterie che lo contengono. Essa dipende dalla quantità di sangue presente nel circolo sanguigno, dal diametro delle arterie che lo contengono, variabile in funzione dello stato di maggiore o minore contrazione dei muscoli presenti nella parete arteriosa, dalla viscosità (densità) del sangue (ematocrito), dalla frequenza cardiaca (numero di battiti del cuore al minuto) e dalla quantità di sangue che ad ogni battito del cuore viene pompata nell’aorta (gittata sistolica), che rappresenta il principale vaso arterioso che esce dal cuore e che convoglia il flusso sanguigno a tutti i vasi arteriosi dell’intero organismo. La pressione arteriosa si misura con lo sfigmomanometro e viene espressa in mmHg (millimetri di mercurio).

In clinica si valutano due diverse pressioni: la pressione sistolica (massima), espressione dell’efficienza contrattile del cuore e dell’elasticità delle pareti dei vasi sanguigni arteriosi, e la pressione diastolica (minima), espressione, invece, della resistenza che il sangue incontra lungo il suo passaggio nelle arterie (maggiore o minore contrazione delle pareti) e che risente di influenze nervose da parte nel sistema nervoso autonomo e di un’ulteriore regolazione ormonale. Esistono, pertanto, tre diverse dimensioni dell’“ipertensione”:

Ipertensione sistolica

La pressione arteriosa massima supera stabilmente i 140 mmHg

Ipertensione diastolica

La pressione arteriosa minima supera stabilmente i 90 mmHg

Ipertensione sisto-diastolica

Le due precedenti condizioni sono contemporaneamente presenti

Il rilievo occasionale, non stabile nel tempo, di un valore pressorio elevato, non corrisponde a una condizione ipertensiva clinicamente rilevante nel tempo, ma deve essere comunque subito affrontata affinché nell’immediato non produca danni. Diversi fattori possono incidere sulle variazioni della pressione arteriosa, modificandola durante la giornata. Tra queste la presenza di dinamiche circadiane con riscontro di valori fisiologicamente più elevati nel corso della mattina e nel tardo pomeriggio, intensità dell’attività fisica in corso, condizioni emotive del paziente specie se sono presenti eventuali disturbi d’ansia, età del soggetto, temperatura ambiente e altezza sul livello del mare. Per questo il rilievo di un solo valore elevato di pressione durante la visita medica, proprio per lo stato di particolare tensione emotiva che genera la situazione in certi soggetti, non autorizza a porre diagnosi di ipertensione arteriosa, ma deve rappresentare unicamente un punto di partenza, occasione per ulteriori rilevamenti pressori nel corso della giornata e in diverse condizioni connotate da maggiore stabilità emotiva. Molto utile, a tal proposito, la registrazione in continuo della pressione arteriosa durante l’intero ciclo della giornata (24 ore) praticabile con l’Holter-pressorio.

L’ipertensione arteriosa viene ulteriormente classificata in funzione delle cause che la generano, in:

Ipertensione essenziale

E’ l’ipertensione arteriosa più diffusa (circa 95% dei casi), della quale non sono ancora note le cause

Ipertensione secondaria

Rappresenta una condizione ipertensiva conseguente alla presenza di altri stati patologici che ne sono responsabili

Le possibili cause dell’ipertensione essenziale possono essere ricondotte a fattori di ordine genetico e famigliare, al sovrappeso corporeo legato a cattive abitudini alimentari e alla sedentarietà, oppure a possibili squilibri ormonali non meglio definibili. Tra le cause, invece, dell’ipertensione arteriosa secondaria, figurano malattie renali e vascolari delle arterie renali, patologie endocrine sia del surrene (iperaldosteronismo primario, Sindrome di Cushing e feocromocitoma) che della tiroide (ipertiroidismo), alcune patologie cardiache e vascolari (coartazione dell’aorta), l’ OSAS (sindrome delle apnee del sonno ostruttive), oltre agli effetti secondari provocati da certi farmaci (cortisonici e antiinfiammatori non-cortisonici (FANS), ciclosporina, fenilefrina e vasocostrittori ad azione simpaticomimetica presenti in spray e medicamenti usati per il controllo dei sintomi del raffreddore). 

Nella tabella qui sotto, i valori pressori riscontrabili durante le misurazioni vengono graduati e riportati alla varie condizioni cliniche che rappresentano:

VALORI PRESSORI Sistolica/Diastolica 
Ottimali < 115/75 mmHg 
Accettabili < 130/85 mmHg 
Pre-ipertensione 130-139 / 85-89 mmHg 
Ipertensione STADIO I 140-159 / 90-99 mmHg 
Ipertensione STADIO II
Ipertensione STADIO III
>160/>100 mmHg
>180/>110 mmHg 
Lo stadio II e III vengono considerati insieme in quanto comportano lo stesso trattamento farmacologico

Niente di più sbagliato, quindi, della vecchia regola ormai ampiamente superata che, considerando normale un aumento della pressione arteriosa con l’aumentare dell’età, pensava normale un valore di pressione pari a 100, sommato all’età in anni del soggetto. Oggi, chiunque presenti una pressione arteriosa superiore a 140/90, cioè 140 mmHg di pressione sistolica (massima) e 90 mmHg di pressione diastolica (minima), va considerato iperteso e pertanto deve essere trattato fino a riportare i valori entro il range di normalità, non solamente con una terapia farmacologica, ma altresì con la correzione di stili di vita e di abitudini errate che possono rappresentarne la causa. Ricordo come tra i fattori potenzialmente in grado di favorire e di sostenere l’ipertensione arteriosa, figurino un’alimentazione sbagliata, specie se ricca di grassi o caratterizzata da eccessivo consumo di sale, il fumo di sigaretta, gli eccessi alcolici, una scarsa attività fisica (sedentarietà) e lo stress. Ultimamente, inoltre, si sta affermando una tendenza a mantenere la pressione sistolica a valori non superiori a 120 mmHg, essendosi dimostrato che a partire da tale soglia, un aumento dei valori pressori comporta già un progressivo incremento del rischio di ictus al crescere della pressione.

Molto spesso l’ipertensione arteriosa non da segno di sé, ed è per questo che viene anche definita “ malattia silenziosa”. In altri casi, invece, una crisi ipertensiva può presentarsi con una cefalea improvvisa, spesso pulsante e diffusa a tutto il capo, o con una sensazione di un più mal definito “peso alla testa”, con vertigini, sudorazione e ronzio auricolare. In altri casi, invece, anche al di fuori di accessi ipertensivi acuti, alcuni pazienti possono presentare cefalea, più frequentemente riferita alla nuca e al risveglio, peso retrosternale di tipo anginoso (dolore cardiaco), cardiopalmo, astenia, alterazioni della vista e acufeni. Anche la disfunzione erettile (impotenza) può rappresentare una conseguenza di una condizione ipertensiva presente da tempo ma ignorata. 

La presenza di un’ipertensione arteriosa misconosciuta, può nel tempo determinare anche gravi effetti secondari sui reni, sul cervello (encefalopatia ipertensiva, deterioramento cognitivo e ictus ischemico o emorragico) e sul cuore, determinando un’ipertrofia (ispessimento) delle pareti miocardiche, fino all’ischemia cardiaca con angina e aumentato rischio di infarto miocardico e di scompenso cardiaco. E’ a questo punto che il paziente può incominciare a presentare, tra i sintomi, anche la dispnea, cioè la presenza di un disagio respiratorio e di una “fatica a respirare” che si può manifestare, inizialmente, solo durante uno sforzo, ma che con l’andare del tempo può comparire anche per sforzi lievi o a riposo, frequentemente esacerbantesi durante la notte (vedi “ Dispnea parossistica notturna”). 

Ipotensione Arteriosa

Rappresenta una condizione nel corso della quale, a causa di una deficitaria irrorazione sanguigna, si possono determinare danni a vari organi e, in special modo, al cuore e al cervello, come già visto prima a proposito dell’ipertensione arteriosa. Come nel caso dell’ipertensione, anche in questo caso esistono precisi valori di riferimento al di sotto dei quali si configura lo stato ipotensivo:

Ipotensione sistolica

Pressione arteriosa massima stabilmente uguale o inferiore a 90 mmHg

Ipotensione diastolica

Pressione arteriosa minima stabilmente uguale o inferiore a 60 mmHg

Ipotensione sisto-diastolica

Le due precedenti condizioni sono contemporaneamente presenti

Le cause dell’ipotensione possono andare da una banale disidratazione rapidamente risolvibile, fino agli stati settico-infettivi più gravi o alle emorragie con copiosa perdita di sangue. Anche uno shock anafilattico può essere causa di ipotensione talora grave. In presenza di diabete e di particolari neuropatie periferiche (polineuropatie), la difficoltosa regolazione del tono vasale presente come effetto secondario (disautonomia diabetica e neuropatica) può determinare condizioni ipotensive anche serie. Ipotensione può comparire anche in concomitanza con eventi aritmici del cuore e di insufficienza contrattile del miocardio. Talora la condizione ipotensiva è di breve durata e si risolve spontaneamente, come nel caso dell’ipotensione posturale legata alla rapida assunzione eretta a partire da una posizione coricata o seduta o, negli anziani, successivamente ai pasti.  Specie nei giovani è possibile la comparsa di ipotensione nel corso di una lunga permanenza in piedi, specie in quei soggetti che siano portatori di una innata condizione famigliare di ipotensione (ipotensione costituzionale). Alcool e farmaci, inoltre, possono provocare ipotensione, specie quelli impiegati nella terapia degli stati ansiosi (ansiolitici) e dei disturbi dell’umore (antidepressivi), i diuretici e alcuni antidolorifici (oppiacei e analoghi).

I sintomi che si possono presentare nel corso di uno stato ipotensivo sono: astenia (debolezza) e sonnolenza, condizione pre-lipotimica con sensazione di svenimento, stordimento e difficoltà a mantenere l’attenzione e la concentrazione fino ad un vero e proprio stato confusionale, alterazioni della vista e vertigini, spesso associate a nausea e vomito. I pazienti con ipotensione arteriosa possono presentare non tanto una vera e propria dispnea, quanto una “ difficoltà a respirare” da loro riferita come un eccessivo affaticamento a mantenere l’atto respiratorio, inquadrabile in una più generale “fatica” muscolare dei muscoli respiratori a mantenere l’attività respiratoria, con un meccanismo non dissimile da quello che genera la fatica a muoversi, a camminare e a praticare una qualsivoglia altra attività di movimento non respiratoria.

Concludo, a questo punto, con una considerazione: la presenza di una “fastidio” mal definito a respirare, anche senza che questo configuri una vera e propria “ difficoltà respiratoria” (dispnea), può essere, nel corso di una visita pneumologica (vedi “ La visita pneumologica presentata dallo pneumologo” – “ Visita pneumologica, spirometria, ossimetria e test con broncodilatatore ”) un’ottima occasione per valutare anche la situazione pressoria del paziente. Spesso, infatti, è in tale circostanza che si possono rilevare quelle anomale condizioni di iper- o ipotensione che, se corrette per tempo, consentono di evitare al paziente guai talora seri.

 Dott. Enrico Ballor

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Immagine copyright depositphotos\tsalko

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