Asma professionale: i 10 consigli dello pneumologo

 asma professionale

S’intende per asma professionale o asma lavorativa (vedi anche asma bronchiale e “Asma bronchiale: malattia da conoscere ”) la presenza di una condizione infiammatoria e di iperreattività dei bronchi (iperreattività bronchiale aspecifica) tale da determinare una crisi di broncospasmo o bronco-costrizione (spasmo della parete muscolare dei bronchi che ne restringe il calibro (bronco-ostruzione) ed impedisce il normale passaggio dell’aria al loro interno), quando il soggetto viene a contatto con sostanze inalanti specifiche presenti nell’ambiente di lavoro. Tale condizione può aggravare un asma già presente ma dovuto ad altra causa (vedi “ Malattie allergiche delle vie aeree” e “Pollinosi”), o presentarsi come sola conseguenza dell’inalazione di sostanze irritanti le vie aeree, prodotte o presenti nel corso delle attività lavorative. Differente, invece, è il caso delle pneumoconiosi e pneumopatie professionali, in cui una o più sostanze inerti inalate dai soggetti esposti producono un danno sull’apparato respiratorio, secondario all’accumulo delle stesse nei polmoni (vedi anche “Asbestosi” e “ Mesotelioma maligno della pleura”).

Consiglierei, pertanto, ai pazienti che accusino i classici sintomi della malattia asmatica (tosse, dispnea (difficoltà respiratoria), respiro sibilante e senso di costrizione al petto) ogni qual volta si trovino all’interno di un ambiente di lavoro, o talora nelle ore successive anche solo ad una sua fugace frequentazione, di considerare attentamente i seguenti punti:

  • Viste le notevoli differenze tra le varie condizioni in grado di generare un asma in ambiente lavorativo o di aggravarne uno già presente al di fuori dello stesso, consiglierei chiunque si trovi a manifestare i sintomi detti sopra ogni qual volta si rechi al lavoro, a segnalarlo al datore di lavoro e al Medico del Lavoro (Medico Competente) responsabile del controllo dei dipendenti. Indipendentemente, infatti, dal fatto che l’asma sia provocato da specifiche sostanze prodotte o presenti nel luogo di lavoro o sia aggravato dalla presenza di allergeni non lavorativi presenti negli ambienti frequentati in orario di lavoro (ad esempio: asma da acari con elevata concentrazione dell’allergene), il fatto stesso di veder comparire o aggravarsi i sintomi della malattia in ambiente di lavoro autorizza a considerarla “connessa alla professione svolta” (è necessaria la dimostrazione strumentale spirometrica della dispnea), attivando tutta una serie di misure preventive e di agevolazioni previste per queste situazioni, talora anche in ordine ad un eventuale indennizzo assicurativo.
  • Esiste una serie di sostanze inalabili in grado di determinare asma attraverso un meccanismo irritativo diretto, specie se presenti nell’aria in elevata concentrazione, che non provocano asma professionale con un meccanismo allergico attraverso l’azione di anticorpi sensibilizzanti di classe IgE prodottisi dopo un periodo di sensibilizzazione del paziente indispensabile a generarli. Entrambe le situazioni, comunque, meritano attenzione e allontanamento del lavoratore dalla fonte del problema, anche e soprattutto in relazione alla migliore prognosi nel tempo dei pazienti precocemente allontanati dall’esposizione rispetto a quelli mantenuti per un periodo più lungo a contatto con la sostanza responsabile.
  • La maggior parte delle sostanze responsabili di asma professionale sono descritte in apposite tabelle (attualmente più di 250 sostanze) e vengono riconosciute come agenti causali della malattia asmatica professionale. Tra queste compaiono, riordinati per gruppo, derivati epidermici animali (agricoltori e allevatori) e derivati di origine vegetale, frumento e cereali, farine, polveri di legname, cianoacrilati, isocianati (verniciatura di metallo e legno), lattice, persolfati, colofonia, enzimi proteolitici e molti altri prodotti e derivati industriali naturali e sintetici. Il mio consiglio, in questo caso, è di verificare se nell’ambiente di lavoro sia presente una o più di una di queste sostanze, nel caso insorga una crisi asmatica, in modo tale da poterne sostenere la natura “lavorativa” da un punto di vista medico-legale, anche per poter beneficiare delle agevolazioni e dei benefici di legge previsti per questi casi una volta accertata la natura causale.
  • Una generale predisposizione allergica su base genetica (atopia) è spesso necessaria per lo sviluppo della maggior parte dei casi di asma professionale. Per questo, i soggetti che già presentino concomitanti problemi allergici anche “non asmatici” (allergie a farmaci, rinite allergica, dermatite atopica, pregressa crosta lattea nell’infanzia, ecc.) sono potenziali candidati alla malattia asmatica professionale a base allergica.
  • Il periodo di tempo necessario affinché si determini la sensibilizzazione alla sostanza varia moltissimo da un soggetto all’altro e da una sostanza all’altra. Pertanto, il fatto che il paziente non si presenti fin da subito intollerante a una sostanza lavorativa inalata, non manifestando disturbi respiratori fin dal primo periodo di esposizione, non esclude che la stessa non possa determinare in seguito un asma allergico professionale.
  • Sospettare la natura professionale dell’asma nel caso in cui si assista a una riduzione o ad una notevole attenuazione dei sintomi durante il periodo di assenza dal lavoro (pausa lavorativa del fine settimana, ferie, ecc.), con ripresentazione dei sintomi alla ripresa del lavoro. Talora l’assenza dal lavoro dev’essere più prolungata (diversi giorni o settimane) prima di poter assistere a un miglioramento del quadro asmatico.
  • Una volta realizzatasi la sensibilizzazione, bisogna tenere conto che la malattia asmatica professionale peggiora al perdurare dell’esposizione alla sostanza responsabile. Per questo, anche solo in caso di sospetto, è consigliabile un precoce allontanamento del paziente dalla sostanza ipotizzata come responsabile del problema, specie nel caso in cui questa compaia tra quelle tabellate, ritenute potenzialmente in grado di provocarlo.
  • La complessità della materia implica due diversi aspetti e precisamente un corretto inquadramento diagnostico della patologia anche attraverso un consulto con la Medicina del Lavoro, e un’adeguata gestione clinica pneumologica della malattia che, al di la dell’allontanamento dalla fonte del problema, una volta individuata la causa, consenta di controllare la condizione asmatica fino al completo controllo dei sintomi.
  • Il fumo di sigaretta può rappresentare un ulteriore fattore favorente l’asma professionale, specie per i soggetti esposti alle sostanze tabellate e potenzialmente a rischio di sviluppare la malattia professionale su base allergica (atopia). Per questo, l’astensione dall’abitudine al fumo di sigaretta (compresa l’esposizione passiva) può rappresentare un vantaggio sia di ordine preventivo, sia per un più agevole controllo dei sintomi in caso di malattia asmatica professionale conclamata.
  • Ricordare che la conferma diagnostica della condizione asmatica si avvale di tutta una serie di indagini diagnostiche e tra queste la spirometria, praticata per confronto sia in ambiente di lavoro, sia al di fuori dello stesso, i test allergometrici cutanei (PATCH TEST e PRICK TEST) e su siero (ricerca nel sangue di anticorpi specifici di classe IgE diretti contro la sostanza responsabile), le prove di esposizione “in vivo” alla sostanza sospetta (test di provocazione bronchiale specifico) ed il test di bronco-provocazione con la metacolina (test di provocazione bronchiale aspecifico) per dimostrare l’eventuale presenza di iperreattività bronchiale aspecifica.

Dott. Enrico Ballor

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immagine copyright depositphotos\lorakss

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