Dott. Enrico Ballor – Pneumologo Torino
Sintomi e Diagnostica

Emogasanalisi Arteriosa

  • In che cosa consiste l’emogasanalisi arteriosa?
  • Quanto tempo richiede l’emogasanalisi arteriosa e come viene eseguita?
  • In quali casi può essere utile eseguire un’emogasanalisi arteriosa?

In questo articolo risponderò ad alcune delle domande più comuni che mi vengono poste sull’Emogasanalisi Arteriosa.

In che cosa consiste l’emogasanalisi arteriosa?

L’emogasanalisi arteriosa (EGA arteriosa) consiste nella misurazione delle quantità di ossigeno (O2) e di anidride carbonica (CO 2) disciolte nel sangue arterioso, attraverso l’analisi di un campione di sangue effettuata con un voluminoso strumento elettronico (apparecchio da laboratorio per analisi cliniche) denominato emogasanalizzatore.

Per questo motivo, a differenza dell’ossimetria digitale, l’esame non è praticabile con facilità al di fuori degli ospedali o dei laboratori ambulatoriali, in quanto il trasporto del campione di sangue eventualmente prelevato in sede distante (domicilio del paziente) da quella in cui avviene la lettura dello stesso, necessita di mantenimento in ghiaccio dello stesso e di un suo rapido trasporto all’emogasanalizzatore per evitare un’alterazione del campione di sangue.

Vantaggio dell’emogasanalisi arteriosa rispetto all’ossimetria digitale

Il vantaggio dell’emogasanalisi arteriosa rispetto all’ossimetria digitale è rappresentato dal fatto che con l’emogasanalisi arteriosa è possibile misurare anche la quantità di anidride carbonica (CO2) presente nel sangue arterioso, dato questo non disponibile con la sola ossimetria digitale (vedi anche “Insufficienza respiratoria e ossigenoterapia”).

Quanto tempo richiede l’emogasanalisi arteriosa e come viene eseguita?

L’emogasanalisi arteriosa richiede un prelievo di sangue arterioso, praticato nella maggior parte dei casi a livello dell’arteria radiale del polso.

L’arteria radiale viene punta con un normale ago da prelievi ed il campione di sangue, mantenuto in soluzione anticoagulante per evitare che coaguli prima della sua lettura, viene immediatamente inserito nel circuito dell’emogasanalizzatore per l’analisi.

L’unico svantaggio per il paziente rispetto all’ossimetria è rappresentato dal modesto dolore che il prelievo arterioso provoca.

Nel caso in cui l’arteria radiale risulti particolarmente difficile da reperire (troppo piccola o troppo profonda al polso), il prelievo arterioso può essere praticato in un vaso arterioso più grande, come l’arteria omerale (superficie anteriore del gomito) o l’arteria femorale posta all’inguine.

Sull’arteria poi, nella sede della puntura arteriosa dell’ago, dev’essere applicata un’intensa pressione mantenuta per un periodo di almeno 5 – 7 minuti, per evitare un’emorragia favorita dalla pressione del sangue che, in sede arteriosa, è decisamente maggiore rispetto a quella presente in un vaso venoso.

Che cosa rileva l’emogasanalisi arteriosa?

Come già detto, l’emogasanalisi arteriosa consente di conoscere vari parametri del sangue tra i quali la quantità di ossigeno (O 2) e di anidride carbonica (CO2) disciolte nel sangue arterioso.

Oltre a questi due fondamentali dati, è altresì possibile conoscere

  • la quantità di emoglobina presente nel sangue del campione
  • il grado acidità del sangue (pH)
  • la quantità dei bicarbonati
  • la quantità di alcuni sali minerali presenti quali sodio e potassio
  • la presenza di eventuali emoglobine patologiche come la metaemoglobina e la carbossiemoglobina, in grado di definire la quantità di monossido di carbonio (CO) presente nel sangue arterioso dei fumatori e dei soggetti intossicati da questo gas.

In quali casi può essere utile eseguire un’emogasanalisi arteriosa?

L’emogasanalisi arteriosa può trovare un’utile applicazione nei seguenti casi:

  • Valutazione periodica dei pazienti in terapia domiciliare con ossigeno (ossigenoterapia domiciliare a lungo termine – O2-LTO), utile ad adeguare la corretta quantità di ossigeno da somministrare e a scongiurare i rischi connessi con un progressivo aumento, nel tempo, della quantità di anidride carbonica (CO2), che rappresenta un rischio per questo tipo di pazienti.

 

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