Risvegli di notte con respiro che manca: le possibili cause spiegate dallo pneumologo

risveglio con respiro che manca

Descrizioni del tipo “… con mancanza di fiato di notte ….” – “… soffoco nel sonno … ” – “… mi sveglio improvvisamente mentre dormo e mi manca il fiato …” – “ … di notte mi sembra di soffocare e mi sveglio con il fiato corto …” sono alcune delle modalità con le quali alcuni pazienti mi hanno descritto, negli anni, una particolare sensazione di dispnea parossistica (difficoltà respiratoria ad esordio improvviso) che provavano nel corso del riposo notturno. Un sonno che, apparentemente tranquillo fino ad un certo punto della notte, veniva interrotto in modo improvviso da un brusco risveglio provocato dalla sensazione di soffocare (vedi “ Sensazione di soffocamento: lo pneumologo aiuta a orientarsi”).

Vi sono diverse patologie in grado di alterare la normale respirazione fisiologica di un individuo nel corso del riposo notturno, alcune delle quali conseguenza di una malattia bronchiale o polmonare, altre, invece, secondarie ad un problema extra-polmonare. Vediamo, allora, in quale modo e in quali termini si possano generare queste improvvise crisi respiratorie notturne connotate dalla sensazione di soffocare, talora responsabili di sonno disturbato o addirittura di insonnia come conseguenza inconscia della paura di addormentarsi rischiando di provare il profondo disagio di un nuovo episodio asfittico.

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Tosse, catarro e reflusso gastro esofageo: il parere dello pneumologo

reflusso gastro esofageo e tosse

Tra le molte cause responsabili di tosse (vedi “Tosse persistente dell’adulto e del bambino”), ve n’è una che non dipende direttamente da un problema dell’apparato respiratorio ma che rappresenta, invece, un problema patologico primariamente conseguente a un malfunzionamento dell’apparato digerente. Sto parlando del reflusso gastro-esofageo che, inteso nei termini di un vero e proprio “ritorno” in esofago dei secreti acidi prodotti dallo stomaco (secrezione cloro-peptica gastrica), può proseguire la sua corsa verso l’alto andando a rappresentare, quando procede oltre l’esofago, un reflusso rispettivamente gastro-laringeo (laringe) o gastro-faringeo (faringe), fonte di una particolare sintomatologia dipendente dall’irritazione chimica di questi due organi e di vere e proprie lesioni delle loro superfici mucose non protette dall’azione degli enzimi proteolitici (digestivi) presenti nel succo gastrico refluito. Quando il reflusso è d’intensità tale da raggiungere non solamente l’estremità superiore dell’esofago, ma da superare tale limite, interessando nel suo fluire refluo sia il laringe che il faringe, si creano le condizioni per una sua ulteriore progressione fin nel cavo orale, evenienza questa che, in assenza di nausea, prende il nome di rigurgito (se è presente nausea si parla di vomito). Nel suo insieme tale condizione clinica prende il nome di malattia da reflusso gastro-esofageo (MRGE).

In condizioni normali l’estremità inferiore dell’esofago impedisce, con un meccanismo a valvola, il ritorno del succo acido dallo stomaco in esofago. Essa, infatti, possiede un apparato muscolare ad anello detto sfintere esofageo inferiore o LES (lower esophageal sphincter), disposto a circondare tale estremo, e la sua contrazione tonica isola l’ambiente gastrico da quello esofageo. Quando è presente un’imperfetta chiusura di tale dispositivo muscolare, come avviene ad esempio in caso di erniazione dello stomaco attraverso il diaframma (ernia jatale), o in corso di assunzione di farmaci che ne riducano l’azione quali quelli antifosfodiesterasici che, aumentando la quantità di AMPc (AMP ciclico) all’interno delle cellule, hanno azione miorilassante (farmaci impiegati nella cura della BPCO o in caso di disfunzione erettile nel maschio), la normale continenza del LES non viene più garantita ed il succo acido dello stomaco può liberamente refluire in esofago. La posizione coricata del paziente, poi, farà il resto, favorendo meccanicamente la maggiore o minore progressione del reflusso in funzione della postura assunta dal paziente e al mantenimento della stessa per un tempo sufficiente a consentirla.

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Farmaci broncodilatatori nei pazienti con BPCO ed enfisema polmonare

paziente con enfisema polmonare

La broncopneumopatia cronica ostruttiva (BPCO) e l’enfisema polmonare consistono in due diverse patologie respiratorie aventi molti punti in comune, primo fra tutti la condizione di ostruzione bronchiale e la conseguente difficoltà respiratoria (dispnea) percepita dai pazienti che ne sono affetti. Esse tuttavia si differenziano per una serie di caratteristiche anatomiche e funzionali documentabili con gli esami radiologici del torace e con le prove di funzionalità respiratoria, tra le quali la spirometria, in grado di cogliere i danni strutturali e fisiopatologici del distretto bronchiale e polmonare.

Si è per lungo tempo dibattuto sull’opportunità di somministrare farmaci inalatori ad azione broncodilatatrice nelle due forme e, se nel caso della BPCO non vi siano mai stati grossi dubbi circa la loro utilità clinica, per quanto riguarda invece le forme ostruttive a prevalente componente enfisematosa tali vantaggi non sempre sono apparsi scontati. Ciò deriva dal fatto che, se nella BPCO l’ostruzione bronchiale dipende per la maggior parte dall’”ispessimento” della parete bronchiale secondaria alla cronica infiammazione dei bronchi, dall’ipersecrezione dei secreti bronchiali e dalle modificazioni anatomiche degli stessi che ne riducono il calibro interno, nel caso dell’enfisema, invece, la maggior responsabilità dell’ostruzione dei bronchi è da ricondurre prevalentemente ad un vero e proprio “rammollimento” dell’impalcatura strutturale dell’albero bronchiale secondaria alla perdita di quel tessuto elastico polmonare che, in condizioni di normalità, consente ai bronchi di mantenersi aperti specie in fase espiratoria.

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Asma allergico da ambrosia: il parere dello pneumologo

asma allergia da ambrosia

Se c’è una pianta il cui polline è responsabile nel nostro Paese di una grande quantità di casi di asma bronchiale  e di rinite allergica, questa è l’Ambrosia ( Ambrosia artemisiifolia), nota nella letteratura allergologica anglosassone con il termine di “ragweed”. Si tratta di una pianta spermatofita appartenente alla famiglia delle Compositae (Asteraceae) estremamente resistente, presente in natura in circa trenta diverse specie in grado di sopportare condizioni ambientali talora estreme. Il suo polline è fortemente allergenico, tanto da essersi quasi sostituito, alle nostre latitudini, alle graminaceae sia per la gravità dei sintomi che per la frequenza delle manifestazioni allergiche nella popolazione (vedi “Pollinosi” – “Malattie allergiche delle vie aeree”).

Il periodo dell’anno nel corso del quale l’Ambrosia rilascia i pollini responsabili delle manifestazioni asmatiche e oculo-rinitiche è quello estivo (impollinazione anemofila, cioè che avviene ad opera del vento), in modo particolare il mese di agosto. In tale periodo sono assai comuni, nei soggetti sensibilizzati ai pollini di questa pianta, manifestazioni asmatiche anche di notevole gravità. Esse possono essere a esordio improvviso, facilitate dalla dispersione del polline in modo particolare nelle giornate ventose. I pazienti sensibilizzati al polline dell’ Ambrosia spesso possono presentare manifestazioni allergiche del periodo estivo-autunnale anche ai pollini di un’altra pianta che crocia da un punto di vista allergologico con l’Ambrosia, e precisamente l’Artemisia (Artemisia absinthium), pianta appartenente alla famiglia delle Compositae diffusa nel nostro Paese con la quale può essere confusa. Spesso la sensibilizzazione allergica alle due piante coesiste nello stesso paziente, determinando la comparsa di sintomi asmatici più duraturi e di maggior gravità.

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Asma e clima: il parere dello pneumologo

asma e clima

Che dire dell’aria secca, dell’aria fredda, o dell’aria troppo calda o troppo umida, o ancora dell’aria inquinata nel caso di un paziente asmatico?

L’asma bronchiale consiste in una malattia dell’apparato respiratorio, il più delle volte allergica, spesso fortemente influenzata dalle condizioni climatiche. Si presenta clinicamente con la contemporanea presenza di sintomi caratteristici, quali dispnea (difficoltà respiratoria), respiro sibilante (vedi “Sento un fischietto quando respiro! Che cos’è?”), tosse (vedi “ Tosse e allergia: il parere dello pneumologo”) e sensazione di costrizione al petto.

L’asma si accompagna molto spesso a una condizione di particolare sensibilità dei bronchi, diversa da un soggetto all’altro, caratterizzata dalla capacità degli stessi di rispondere con un broncospasmo a stimoli irritativi molto diversi tra loro, nota come iperreattività bronchiale aspecifica.

Vediamo, allora, in quale modo il clima può influire sulla malattia asmatica.

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