Dott. Enrico Ballor – Pneumologo Torino
Sintomi e Diagnostica

Mare o Montagna: Respirare Meglio?

Mare o montagna: dove si respira meglio? Il parere dello pneumologo

In questo articolo non parlerò semplicemente di “dispnea” (disagio respiratorio), cioè di quella fastidiosissima sensazione personale che consiste nel “non riuscire a respirare”, ma mi riferirò a qualcosa di diverso, di più complesso, meno riferibile solamente ad un preciso sintomo evocativo di una condizione di malattia cardio-polmonare, allergica o neurologica.

Mi riferirò a quella più generale percezione individuale di un “respiro libero” che provoca piacere, a quel “respirare senza fatica” che ognuno di noi è in grado di provare “quando tutto va bene”, includendo in quel tutto sia gli aspetti fisici, sia quelli mentali.

Ci sono dei momenti della giornata e certi luoghi particolari nei quali è più facile “respirare bene”, o per lo meno respirare con meno fatica, godendo di quella piacevolissima sensazione che corrisponde ad un respiro profondo che fluisce senza problemi.

Questo indipendentemente dall’essere sani o dall’avere una qualsiasi malattia respiratoria.

Chiunque, sia esso affetto da asma bronchiale, da bronchite cronica e da BPCO o da enfisema polmonare, a parità di trattamento e di correttezza della cura farmacologica, riesce a respirare meglio in certi luoghi e in certi momenti della giornata.

Vediamo, allora, quali particolari condizioni possono favorire la respirazione, facilitando l’ “atto del respirare”.

Molto spesso mi sono sentito rivolgere dai miei pazienti con problemi respiratori la classica domanda:

“Dov’è meglio che vada in vacanza con la mia malattia? Al mare o in montagna?”

Il fiordo norvegese dell’immagine che introduce il testo è comprensivo di entrambi i luoghi: la bellezza della montagna sullo sfondo, che sfuma nel mare che circonda le vette.

Naturalmente una scelta va fatta e nel valutare il luogo marino o montano prescelto (i fiordi rappresentano una situazione troppo particolare) sarebbe opportuno tener conto degli aspetti seguenti.

FATTORI FISICO-CLIMATICI

  • Si tenga conto del fatto che la facilità con la quale un qualsiasi fluido, liquido o gassoso che sia, tende a scorrere all’interno di un tubo (fluidità o scorrevolezza), dipende, oltre che dal diametro del condotto, anche dalla consistenza (densità) del fluido stesso.
    Ciò vale a dire che tanto più il fluido e denso, tanto maggiore sarà la sua viscosità, cioè quella particolare condizione di consistenza dello stesso che gli farà incontrare una maggiore resistenza durante il passaggio attraverso il tubo.
    A parità di diametro delle vie aeree assunto come “standard” (in questo caso le vie aeree e i bronchi, in particolare, corrispondono ai “tubi” all’interno dei quali scorre l’aria che deve giungere fino ai polmoni), la difficoltà che incontrerà l’aria nello scorrere lungo i bronchi dipenderà, quindi, principalmente dalle caratteristiche fisiche della stessa.
    Tanto più l’aria introdotta sarà umida, cioè tanto più sarà arricchita da una quota variabile di vapore acqueo, tanto più essa risulterà densa.
    La sua aumentata viscosità, quindi, sarà direttamente responsabile di quella maggior resistenza che essa incontra nello scorre lungo i bronchi, imponendo alla muscolatura respiratoria quella piccola quota in più di lavoro respiratorio necessario ad introdurla nei polmoni.Tutte le situazioni, quindi, che contemplino la presenza di aria umida, si assoceranno ad una maggior sensazione di fatica a respirare.
    Questo capita anche nei soggetti sani, in individui, quindi, che non necessariamente debbano risultare portatori di una qualunque malattia respiratoria.
    La maggior facilità con la quale riusciamo a respirare in presenza di aria fresca e secca più tipica della montagna (priva di vapore acqueo) è evidente a tutti, specie se posta in relazione con la maggior difficoltà che incontriamo a respirare quando ci troviamo, invece, in presenza dell’aria caldo-umida più tipica dei climi marini, afosi e tropicali.
  • E’ noto a tutti il piacere di respirare l’aria fresca e secca prodotta dai condizionatori nel periodo estivo, quando il calore umido dell’aria si presenta “soffocante”, per quanto si debba tener conto anche delle inevitabili conseguenze negative dell’esposizione all’aria climatizzata, soprattutto quando spinta all’eccesso (vedi “Asma, BPCO, malattie respiratorie e aria condizionata: il parere dello pneumologo”).

FATTORI BIO-METEOROLOGICI

  • Alcune particolari condizioni ambientali possono scontrarsi con la possibilità di “respirare bene”.
    Si pensi alla presenza dei pollini delle piante in soggetti allergici, affetti da rinite allergica o da asma bronchiale (vedi “Pollinosi” – “Malattie allergiche delle vie aeree”).
    In alcuni casi la difficoltà respiratoria conseguente all’impatto con il polline delle varie specie arboree allergeniche alle quali il soggetto risulti sensibilizzato, impone un’attenta valutazione del luogo di vacanza (vedi “Asma allergico e luogo di vacanze: i consigli dello pneumologo”), al fine di evitare quelle situazioni, quei periodi dell’anno e quelle particolari mete di vacanza che più facilmente potrebbero prevedere pollini allergenici dispesi nell’ambiente.
    In soggetti allergici ai pollini di graminacee, ad esempio, meno favorevole potrebbe dimostrarsi un soggiorno in campagna in primavera o in montagna nel mese di agosto (vedi “Asma allergico da graminacee: il parere dello pneumologo” ), mentre lo stesso si potrebbe dire per una vacanza al mare in Liguria nel mese di luglio per un soggetto allergico alla parietaria (vedi “Asma allergico da parietaria (urticaceae): il parere dello pneumologo”).
    Lo stesso tipo di valutazione si dovrebbe estendere alle molte altre specie polliniche allergeniche e ai diversi luoghi di vacanza marini e montani, aiutandosi in questa ricerca con i diversi calendari pollinici disponibili per le varie località.
  • Pioggia e maltempo possono, spesso, incidere in modo opposto sul benessere respiratorio.
    In qualche caso la piovosità locale che abbassa la quantità totale dei pollini presenti nell’aria può influenzare favorevolmente la respirazione di alcuni soggetti allergici.
    La stessa, invece, potrebbe agire a sfavore sul respiro di quei soggetti che patiscono la presenza di un’aria piena di umidità, favorendo, oltretutto, il “mal di gola”, cioè quelle faringiti microbiche, di più frequente origine virale, che i climi umidi rendono più probabili nei soggetti più cagionevoli e più sensibili alle infezioni respiratorie (vedi “Bronchiectasie e bronchite cronica bronchiectasica”).
    Un soggiorno nella piovosa campagna irlandese, quindi, non farà, in assoluto, né bene né male al respiro, ma sarà da valutare solamente con precisi riferimenti individuali alle diverse condizioni di malattia dei diversi pazienti.

FATTORI PSICOLOGICI INDIVIDUALI

Ma una bella serie di fattori meno “oggettivi” e “obbiettivabili”, in quanto prevalentemente soggettivi e individuali, proprio in quanto legati alla personale sensibilità del singolo, entrano in gioco quando si parla di piacevole “percezione” del respiro.

Ciò che percepisco io può tranquillamente non percepirlo un altro, perché ciò che ci accomuna tutti non è certo uno stesso modo assoluto di “sentire” e di “percepire” le cose del mondo, quanto invece i mille modi diversi e individuali che ognuno di noi ha di costruire la propria realtà interna.

Siamo, in fondo, scientificamente tutti diversi e diverso è il modo in cui sentiamo il mondo delle nostre sensazioni, prime tra tutte anche quella del respirare.

Ma se diverso è il modo in cui ognuno di noi è in grado di “sentire” il proprio respiro, più o meno piacevole che sia, deve esistere qualcosa, nel nostro mondo psichico più profondo, dove ognuno di noi crea in modo rigorosamente individuale la personale “sensazione” del respirare bene o male, che necessariamente vada oltre i fattori esterni che la possano influenzare.

Se io “sto bene al caldo” mentre tu “stai bene solo al freddo”, vuole dire che il caldo e il freddo, in assoluto, non sono in grado, da soli, di far star bene o male gli individui.

Essi rappresentano, invece, unicamente dei “pretesti” che in assoluto non fanno stare “bene” o “male” proprio nessuno, non rappresentando altro se non occasioni forniteci dal mondo per attivare un nostro “stare bene” o “stare male” interno!

Lo stesso vale per il respiro, dove il modo che ognuno di noi ha di percepirlo “piacevole” o “fastidioso”, con l’aiuto e con la partecipazione dei fattori esterni “oggettivi” di cui sopra, non può non tener conto dei vari aspetti della nostra più intima realtà psichica.

Vediamo, allora, tre diversi esempi pratici per comprendere meglio in quale modo la psicologia dell’individuo entri prepotentemente a far parte degli ingredienti con i quali “costruiamo” letteralmente, nella nostra testa, il nostro “respirare bene” o il nostro “respirare male”.

  • Ricordo come un tempo mi venisse raccontato dalla nonna come la carrozza a cavalli che portava sua madre (la mia bisnonna) al paese più alto in quota, dovesse a metà strada fare sosta per consentire agli animali e ai passeggeri stessi di “comprare l’aria”, intendendo con tale curioso modo di esprimersi nel dialetto locale (“cumprè l’aria”), la necessità di procedere con quel più lento e sano “acclimatamento” che riduceva la possibilità d’insorgenza di problemi respiratori.
    Problemi, peraltro, di cui tutti i passeggeri erano ben consapevoli, tanto da provocare in qualcuno un qualche disagio a respirare a fine corsa in quelle rare occasioni in cui, per la fretta legata ad occasionali ritardi nei tempi di percorrenza, non si fosse rispettato tale “rituale di mezza via”.
    E lo stesso si narrava della carrozza reale che portava, a Torino, la Regina dal palazzo di piazza Castello alla residenza estiva collinare della “Villa della Regina”, a proposito di un “viaggio” il cui “balzo” di quota consisteva in un dislivello inferiore ai cento metri, su di una percorrenza di non più di due chilometri.
    Ispirato o meno che fosse alla realtà scientifica del tempo, ma sicuramente supportato da basi scientifiche che oggi farebbero sorridere, la “percezione” del respiro del tempo pareva sensibile a risibili differenze di quota di poche centinaia di metri che, per nessun motivo, sarebbero state in grado di influire sulle dinamiche respiratorie dei passeggeri in modo tanto importante da generare sintomi.
    Era chiaro, quindi, come il “respirare male” di qualcuno, dovesse trovare riscontro unicamente in dinamiche intrapsichiche da “profezie che si auto-avverano” e non già in ragioni funzionali o fisiopatologiche “oggettive”.
  • Ricorre nel racconto di molti miei pazienti e dei loro parenti, immigrati in Piemonte da altre regioni d’Italia e indipendente dalle loro diverse provenienze, un comune concetto di “aria nativa”, espressione con la quale essi vogliono ricordarmi come, con l’avvicinarsi del momento di vacanza che li porterà a soggiornare nei luoghi d’origine, essi potranno godere, oltreché del meritato riposo, anche di quel favorevole momento di contatto con quell’ “aria dei luoghi che mi hanno visto nascere”, immaginata come intrisa di un benefico effetto terapeutico sul respiro che “sicuramente” integrerà l’efficacia dei farmaci assunti.
    Anche in questo caso, come per quello precedente del “comprare l’aria”, non esiste nessuna base scientifica che, se si esclude la minor quantità di smog presente in molti dei nei luoghi d’origine dei miei pazienti, consenta di spiegare il “respirare meglio”, al di la delle proprie convinzioni e delle proprie aspettative di per sé autoreferenzialmente curative (effetto placebo).
  • Ricordo, ancora, come gran parte del benessere respiratorio che molti pazienti sono in grado di portare a casa tornando dai loro soggiorni termali, sia solo parzialmente imputabile ai benefici oggettivi acquisibili con le insufflazioni solforose o con quant’altro venga loro proposto a fine terapeutico (vedi “Asma, BPCO, bronchite cromica e terme: lo pneumologo e la terapia termale”).
    Esso dipende molto, invece, da un “respirare meglio” conseguente ad uno stato generale più rilassato e ad una migliore condizione dell’umore (vedi “Disturbi respiratori a base ansiosa e depressiva” – “Uno strano disturbo respiratorio: il caso di Marina” – “Bisogno di inspirare lungo o di respirare a fondo profondamente”), acquisita con il riposo del corpo e della mente in piacevolissime località termali site, spesso, in luoghi di rara bellezza, nelle quali la piacevole e tranquilla percezione dello scorrere del giorno senza stress aiuta a riconciliarsi con sé stessi e con la natura, aumentando la sensazione di benessere anche respiratorio.
    Tale condizione di maggior rilassatezza fisica e mentale, inoltre, oltre ad una dieta più appropriata, a pasti regolari e ad una masticazione più lenta e tranquilla, agisce spesso favorevolmente anche sui pazienti affetti da colon irritabile e meteorismo post-prandiale legato alla stressata quotidianità lavorativa con la quale spesso essi si devono confrontare.
    Il ridotto gonfiore intestinale e addominale che “toglie il fiato” comprimendo dal basso il diaframma, infatti, favorito dalla quiete generale e dall’assenza di stress, aiuta questi soggetti a guadagnare una più piacevole condizione respiratoria.

Tornando, quindi, alla domanda iniziale del titolo “Mare o montagna: dove si respira meglio? …”, tenuto conto di quanto sopra espresso, concluderei nel seguente modo: se mi piace il mare respirerò probabilmente “benissimo” anche in presenza di un’aria caldo-umida, per quanto inoppugnabili dati scientifici mi portino a concludere in modo contrario, mentre non avrò beneficio alcuno dalla maggior fluidità dell’aria secca e fredda della montagna e del suo scorrere più agevole lungo i miei bronchi, se detesto i monti.

Sia questo modo di pensare un inno al concepirci non solo unici e irripetibili, ma altresì tutti diversi gli uni dagli altri nel nostro modo di sentire.

Un vero e proprio rifiuto ad accordare al mondo esterno aspetti troppo “oggettivi”, dimenticando spesso che il nostro “stare bene” o “stare male”, il nostro “respirare bene” o “respirare male”, dipendono più da noi e dalle nostre realtà interne più che non dai soli fattori fisici del mondo in cui viviamo.

Lo pneumologo esperto, abituato a confrontarsi non solamente con gli aspetti strettamente teorici, tecnico-scientifici e farmacologici della malattia respiratoria ma altresì con quelli gestionali e pratici della stessa, mai da sottovalutare (questa è davvero la “clinica”), deve saper tenere conto anche di tutto ciò che ho detto, venendo a rappresentare non solamente l’ortodossia di una figura medico-specialistica “pneumologica” in senso stretto, ma altresì un prezioso, pratico e autorevole consigliere, quando si tratti di affrontare e risolvere problemi legati alla quotidianità dell’ammalato, della malattia e, ancor più, del disagio respiratorio.

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